giovedì 2 maggio 2013

La ludopatia e le dipendenze da gioco d’azzardo


Il termine “ludopatia” (da lùdus, gioco e da pathos, malattia) si riferisce alla dipendenza da gioco d’azzardo. Si tratta, da un punto di vista terminologico, di un neologismo, coniato recentemente nell’ottica di medicalizzare [1] uno dei più preoccupanti e recenti fenomeni psico-sociali del nostro tempo.
In realtà la nosografia psichiatrica si è da tempo espressa circa le cosiddette dipendenze patologiche. Le classificazioni, tuttavia, continuano a proliferare in linea con il trend attuale dell’abbassamento delle soglie problematiche. Oggi l’etichetta “dipendenze” non include soltanto l’abuso di sostanze psicoattive, ma arriva a inglobare tutta una serie di comportamenti “morbosi” che rientrano nello spettro dei “disturbi del controllo degli impulsi”. Il comune denominatore di tali disturbi consisterebbe nell'incapacità di resistere a un impulso, a un bisogno impellente, alla tentazione di agire pericolosamente, sentendosi mossi da una eccitante tensione che persiste sino alla scarica dell'atto consumatorio. La gratificazione e il sollievo del momento, tuttavia, sfumano rapidamente, lasciando il soggetto in uno stato di rimorso, auto-riprovazione, senso di colpa.


Le dipendenze si allargano a macchia d’olio. I rapporti con Internet, con lo shopping (compulsivo), con il cellulare, con il sesso, con il lavoro e, per l’appunto, con il gioco d’azzardo, vanno ad alimentare questa tendenza a “costruire” nuove malattie.
Il punto è: si è in grado di curarle? Evidentemente no, perché il modello psichiatrico non è equiparabile al modello medico. Non si guarisce dall'acquistare troppi vestiti o dallo sperperare denaro in gratta e vinci. Nemmeno con gli psico-farmaci.
Che fare allora, considerando che chi vive questi problemi non sembra avere alcuna intenzione di curarsi? E’ piuttosto raro che ci si rivolga a professionisti psicologi con una domanda d’aiuto diretta. Già nel 1920 Freud sosteneva che “nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere” [2]. Piacere e auto-distruzione si intrecciano sino al parossismo nelle dinamiche del gioco d’azzardo patologico. Così si può andare avanti per anni, perpetrando quello che diventa un rituale di evocazione magica e di sfida, di seduzione e rabbia persecutoria nei confronti della “dea bendata”, senza rendersi conto della gravità della situazione. E’ solo quando si tocca il fondo, quando si arriva ad attingere di nascosto al denaro dei familiari, quando si distrugge l’affetto e la fiducia dei propri cari che qualcuno prova a dire basta. E quel qualcuno, comunque, non è la persona “ludopatica” (è una rara eventualità). Si tratta, per l’appunto, di famiglie esasperate dall’impotenza (nel non chiedere aiuto) e dall’onnipotenza (nel non smettere mai di giocare, sino a negare i dati di una realtà sempre più disperante) di chi manda in rovina la convivenza.
Già, perché è di questo che si tratta. Le “ludopatie” distruggono la capacità di convivere entro sistemi sociali, quali la famiglia, fondati sulla fiducia e sulla reciprocità nel condividere. Lo psicoanalista e psicosociologo Renzo Carli definisce “collusione” la simbolizzazione affettiva del contesto da parte di chi a quel contesto partecipa [3].

La collusione, quindi, è un processo di socializzazione delle emozioni, che proviene dalla condivisione emozionale di situazioni contestuali. La collusione, in altri termini, è il tramite emozionale che fonda e organizza la costruzione delle relazioni sociali, grazie alle emozioni condivise (pag. 11) [4].

Colludere, fuori dall’aspetto illecito e clandestino che il senso comune gli attribuisce, significa, per esempio, simbolizzare reciprocamente come “amico” il contesto familiare. E’ il “giocare insieme” (etimologicamente è da cum e ludere) entro le regole di una convivenza produttiva. Date queste premesse si capisce allora come le ludopatie possano considerarsi alla stregua di “colludopatie”, ossia modi di rompere assetti relazionali che si reggono sull’assunto che “va tutto bene, a meno che…”. Il gioco d’azzardo patologico porta con sé la perdita della capacità di condividere le risorse della famiglia. I propri congiunti non sono più, agli occhi del giocatore, persone con cui scambiare fiducia ed emozioni. Non ci si premura più di costruire percorsi e progetti di vita comune. Nella spirale di una spinta al possesso che genera solo impoverimento, l’altro che ci è vicino diventa colui al quale sottrarre il tramite per accedere all’ennesima scommessa. Quel tramite è evidentemente il denaro faticosamente guadagnato con il lavoro. Denaro quale simbolo della possibilità di rimandare una soddisfazione, di scegliere il cosa, il come e il quando nell’ottica di realizzare qualcosa con qualcuno. Ecco che allora l’aspetto più devastante delle dipendenze da gioco assume connotati sociali difficilmente ignorabili e con conseguenze devastanti.



Le vie, le strade di quartiere della nostra e delle altre città italiane si riempiono di luccicanti insegne luminose, di pannelli che oscurano gli interni di sale giochi dove il tempo deve rimanere immobile. La netta separazione tra il dentro e il fuori è funzionale a perdere la percezione dello scorrere della vita. Dentro, tra le macchinette mangiasoldi, le luci e gli “allegri” jingle musicali cancellano quel che succede fuori. Non importa che siano le 10 del mattino o le 11 di sera. Tutto deve susseguirsi ciclicamente, come in un’alienante catena di “(s)montaggio”. Quel che si disfa è la possibilità di scegliersi un futuro, di configurarlo entro gradi di libertà.
Crisi economica, anomia, mancanza di riferimenti..., uno Stato che da un lato condanna e dall’altro incentiva la degenerante cultura della scommessa, senza contare la longa manus della malavita organizzata, ormai saldamente introdotta nel controllo delle sale da gioco clandestine.
La cornice in cui si manifesta l’inquietante fenomeno che stiamo analizzando non lascerebbe speranze.
Eppure è proprio nei momenti di profonda crisi che si può attingere a risorse motivazionali inattese. Albert Einstein ci ricorda che chi attribuisce alla crisi i propri fallimenti, finisce per violentare il suo stesso talento, dando più valore ai problemi che alle soluzioni possibili. La vera crisi, ci ricorda lo scienziato di Ulma, è la crisi dell’incompetenza.
Incompetenza come senso di impotenza, come pretesa di una routine immutabile cui aderire.

Il Poliambulatorio Iris (via dei Castani 236 - Roma), attraverso il servizio di psicologia che chi scrive organizza nel contesto, si propone di intercettare e di trattare le domande di aiuto, in primis quelle provenienti dalle famiglie di persone ludopatiche. L’idea è quella di istituire un gruppo per discuterne insieme, per sentirsi meno soli, per attivare possibilità di cambiamento entro una rete sociale che fornisca anche riferimenti giuridici (l’ipotesi di interdizione, per esempio, nei confronti di un congiunto che stia causando dissesti economici) [5], informazioni sui servizi territoriali, strumenti per cominciare ad uscirne. Perché è vero che non si guarisce dalla ludopatia senza una domanda di cura, ma qualcosa per ricominciare a vivere si può fare. A partire da chi, una domanda d’intervento, ce l’ha.



Bibliografia

Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.

Foucault M. (1974), Gli Anormali, Milano: Feltrinelli, 2000

Foucault M. (1963), Nascita della clinica, Torino: Einaudi, 1969

Freud S. (1920), Al di là del principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.



[1] Per medicalizzazione si intende un processo di sconfinamento da parte di una scienza, la medicina, che va al di là dei suoi limiti: non più solo arte di guarigione del singolo o sistematizzazione di conoscenze utili per affrontare la malattia dell’individuo, bensì sviluppo pervasivo di saperi e di pratiche che a partire dal XVIII secolo incomincia ad applicarsi a problemi collettivi, storicamente non considerati di natura medica, muovendosi in direzione di una tutela su larga scala della salute del corpo sociale. Per approfondimenti si consulti Foucault: “Nascita della clinica” (1969); Gli Anormali (1999).

[2] Freud S. (1920), Al di là del principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.

[3] Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.

[4] Ibidem.

[5] Non sembri un’ipotesi cinica, perché spesso è proprio l’iniziare a fare i conti con i vincoli della realtà ad innescare una richiesta di reversibilità e quindi di cambiamento da parte di persone ludopatiche.

mercoledì 20 marzo 2013

Malattia mentale: come occuparsene?




http://cromatismiemozionali.blogspot.it/2012/01/cronicita-etimo-storia-e-modello-medico.html

In questo vecchio post (link sopra) chi scrive gettava le basi di una riflessione sul rapporto tra cronicità e Servizi di salute mentale. Si ipotizzava che la cronicità fosse il fallimento dell'attesa di un esito. Quello di guarigione. Con tali premesse quali interventi psicologici alternativi si possono pensare? I Servizi territoriali, le agenzie non direttamente deputate a trattare la malattia mentale (scuole, organizzazioni produttive, ecc.), i luoghi di convivenza (quartieri, bar, palestre...) continuano a confrontarsi criticamente con questi problemi.

Un gruppo di psicologi, tra i quali il sottoscritto, sta provando a rispondere alla domanda di cui sopra a partire da significative esperienze formative e professionali.
La Rivista di Psicologia clinica (on line) ha pubblicato i resoconti di questi psicologi, scritti per un recente convegno (giugno 2012) su questa complessa tematica.

Questi i link. Buona lettura.

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Cafaro_intro.pdf

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Bonavita_etal.pdf

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Giacchetti_etal.pdf

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Carbone_etal.pdf



martedì 15 gennaio 2013

L'occasione di un sogno...

La "povertà onirica" pare caratterizzare questo momento storico e sociale. Pochezza onirica quale assenza di desiderio nel sogno lucido della veglia. Esiguità che alcuni psicologi riscontrano durante le sedute e che può essere letta, simmetricamente, come sintomo di un’incapacità, da parte nostra, di invitare qualcuno a raccontare i propri sogni.
Concretizzazione a discapito del simbolico, cui andiamo incontro, inevitabilmente, quando resocontiamo.
Guarda caso una paziente che incontro da circa due anni ha provato a comunicarmi qualcosa di importante, recentemente. L’ha fatto attraverso il racconto di un sogno.
Lo riporto quindi per come mi è stato raccontato in seduta, insieme agli scambi verbali e alle costruzioni di senso susseguenti. Inizio da una cospicua introduzione, per condividere il processo psicoterapeutico e il momento relazionale nel quale viene a prodursi il sogno stesso. Prima di addentrarmi, due precisazioni: 
1 - considero il sogno prospetticamente, un’occasione per riconsiderare quanto successo tra la paziente e me, per connetterlo al presente e al futuro che si tratteggiano nell'analizzarlo e nel condividerlo; 
2 - non esiste alcuna interpretazione univoca di una produzione onirica, se ne sceglie una (tra le infinite), per l’appunto, che serva a qualcosa.


Una rilettura del “prima” a partire da una produzione onirica recente

Si tratta di una donna di 43 anni che ha iniziato la consulenza con chi scrive nel 2010, seppure con un periodo di interruzione risalente a circa un anno fa. Si era rivolta a me privatamente, su invio di un’altra persona con cui avevo terminato il lavoro. Maria, questo il nome (fittizio) della paziente in questione, si sentiva fortemente depressa, in una situazione di impasse e insoddisfazione sociale e lavorativa. All'epoca viveva con un uomo molto più in là negli anni rispetto alla sua età, con il quale, tra l’altro, non aveva una vita sessuale soddisfacente. Ma il punto era un altro. Si lasciava vivere in un rapporto di accondiscendenza apparente, mentre con un’altra parte di sé cominciava a riconoscere l’angustia connessa alle pretese e ai reiterati controlli di quest’uomo. Avvertiva cioè il peso dell’essere una donna “di rappresentanza”, dell’obbligarsi a seguirlo nelle occasioni mondane ed elitarie, entro la ristretta cerchia della sua fiera appartenenza massonica.
Si era lasciata andare a un consumo di alcol sempre più frequente, forse per alleviare il disagio del sentirsi costantemente fuori luogo, per apparire più spigliata, diluendo lo sconforto del vedersi come l’ombra “profana” del suo esclusivista compagno. Sembrava aver perso di vista una sua identità. Era stata sposata con un uomo che forse non aveva amato mai, per dirla parafrasando un noto cantautore.
Dopo la fine del matrimonio aveva smesso di lavorare (si occupava, con il titolare-marito, di uno Studio commercialistico), oscillando tra l’essere una madre poco attenta (parole sue) e la ricerca di qualcosa che le sembrava costantemente impalpabile. Figlia unica di un padre a sua volta alcolista e (prevalentemente) inoccupato e di una madre che talvolta esecrava per la sua incrollabile oblatività, pareva ricalcare nelle sue relazioni, la reciprocazione del cinismo abbandonico e della sacrificalità più indiscutibile. Vittima e carnefice al contempo. Quando prevaleva l’identificazione con la madre, si incastrava in relazioni con uomini persecutori, distanti e irraggiungibili, per poi razionalizzare la tendenza a resistere stoicamente. Giungeva quindi a disinvestire ogni aspetto della sua esistenza, demotivandosi per poi ritirarsi sprezzantemente dai rapporti, come faceva suo padre quando era preso dapprima da una malinconia autistica e in seguito dai fantasmi dei suoi stordimenti rabbiosi.

venerdì 28 dicembre 2012

Un fulmine a ciel sereno

R. entra nella stanza con il respiro affannoso, con gesti lenti chiude la porta alla sue spalle, mentre la accolgo e la invito a sedersi. Altrettanto fiaccamente si toglie il soprabito, rallentata dall'obesità e da una sorta di gravosa, fantasmatica ineluttabilità che leggo nei suoi movimenti.
E’ vistosamente trasandata e dimostra 15 anni in più di quelli che ha realmente (38).
Prima ancora che proferisca parola ho la sensazione di avere di fronte il prototipo della perfetta donna depressa.
Le dico che abbiamo un’ora per lavorare, invitandola a cominciare dalla prima cosa che le passa per la mente.
Mi dice che circa due settimane prima del nostro attuale incontro il marito le ha detto di non amarla più, di non provare più nulla nei suoi confronti. Ricorda che era il due gennaio del corrente anno e sottolinea la sensazione di violenza di quella comunicazione, entro un crescendo di accuse nei suoi riguardi, al termine del quale l’uomo esce di casa sbattendo la porta. Mi colpisce la frase con cui connota il vissuto di quel momento: è stato come un fulmine a ciel sereno.
Le chiedo quindi che fine abbia fatto il marito, se da allora si siano parlati nuovamente o quantomeno rivisti, al che R. chiarisce che l’uomo ha fatto ritorno alcune ore più tardi, senza rivolgerle la parola.
Riflettiamo insieme sui nessi tra quello che sembra un agìto provocatorio di adolescenziale memoria (l’uscire furiosamente di casa dopo una litigata in famiglia per poi tornare facendo l’offeso) ed il “fulmine a ciel sereno”. Ci chiediamo se quella serenità non sia un modo per semplificare un assetto di rapporto specifico tra loro, più prossimo al far finta che tutto andasse bene. Di solito chi provoca ha intenzione di sovvertire il vissuto di essere schiacciato, di subire una qualche forma di potere. Di lì quel modo violento di rovesciare la situazione a proprio vantaggio.
In effetti R. si ritrova nella lettura che costruiamo, mi dice che ha provato a cambiare suo marito, (lo ripeterà più volte nel corso della seduta) perché a suo dire troppo immaturo, a volte irresponsabile e propenso a prendere la vita con leggerezza e sarcasmo. E si accorge di quanto poco regga la questione del fulmine a ciel sereno quando le viene alla mente che più volte in passato, lui le abbia fatto notare la propria trascuratezza, la scarsa attenzione che R., da molto tempo, dedica al suo aspetto.
Ma è possibile cambiare qualcuno, plasmarlo a propria immagine e somiglianza o secondo un modello di idealità, senza innescare nell'altro la sensazione di essere manipolati, e quindi aggressivamente infantilizzati?
Le chiedo quindi cos'è che le piacesse di suo marito al tempo in cui si conobbero e R. fatica non poco nel riconoscere che ne apprezzava proprio ciò che attualmente vorrebbe correggere. In sintesi, il suo essere sia simpatico che canaglia. S., questo il nome dell’uomo, lavora come guardia giurata presso un ufficio postale, mentre lei è addetta in un supermercato.
Quando approfondiamo la loro attuale modalità di convivenza, a valle del “fulminante” episodio, sento il collegamento tra quello che mi racconta ed il suo modo di presentarsi in seduta, ammantata di una sofferenza silente ed al contempo inequivocabilmente espressa da una sciatteria ed un’incuria pesantissime. Dice che a stento si parlano ma che lui le appare irremovibile nel voler dar seguito a quella rottura. Ne intuisce l’intenzione di andarsene definitivamente, da solo, con tutta probabilità nella nuova casa dove inizialmente erano entrambi decisi a trasferirsi. Non ci sono dialoghi, confronti tra loro, se non la ormai consueta modalità del marito di aggredire verbalmente R., la quale da qualche tempo vomita ripetutamente in bagno con la presenza dell’uomo in casa, entro quello che leggo come un disperato gesto colpevolizzante.

giovedì 6 settembre 2012

Roberto

Incrocio Roberto più volte nel via vai di un albergo di Marciana Marina, durante le mie vacanze all'isola d'Elba. La facies hippocratica gli conferisce una mimica quasi disfatta nel complesso, eppure nei suoi occhi brilla qualcosa. Si fa notare per le espressioni sopra le righe (bestemmia come un camionista toscano alle prese con una gomma forata...), per le frasi ridondanti, perchè parla due/tre toni sopra mentre chiede continuamente a sua madre: mamma, ma torna??! Torna, mamma?? Oh ma sale??? Ma se poi non torna??? Madon(xx) ca(xx) non scende!!!!
Ha più o meno trent'anni. E' in albergo con gli anziani, pazienti genitori. Presumo sia affetto da un disturbo dello spettro autistico, forse la sindrome di Asperger.
Suscita simpatia in tutti, Roberto, me compreso; ma ancora non ho ben capito chi o cosa debba tornare-scendere-salire. Forse suo padre, penso tra me e me.
Una mattina, durante la colazione all'aperto, molla un peto talmente plateale da sembrare una pernacchia. La voluta inclinazione del busto e la bocca chiusa sconfermano la teoria della burla... Ma quella "sconveniente sottolineatura", provenendo da lui, non può che suscitare ilarità. Per poco non mi strozzo con un cornetto, mentre il nostro continua a mangiare con la nonchalance di un critico gastronomico. Poi si alza di scatto e corre verso l'interno dell'albergo. Poco dopo lo ritrovo davanti al cunicolo trasparente dell'ascensore, mentre con occhi supplicanti guarda su. Prendo tempo e senza fissarlo faccio qualche passo lento, su e giù per l'atrio. Vorrei capirci di più, sono curioso. Non è suo padre che aspetta. E' la cabina dell'ascensore. Qualcuno esce tra la totale indifferenza di Roberto. L'oggetto della sua amorevole attenzione non è il contenuto (umano), bensì il contenitore.
No, non ci entra mai. Si limita a premere il tasto che lo tiene al piano. Quando le porte si richiudono in automatico non sembra angosciato, purchè l'ascensore resti lì. Quando, di contro, sale il giovane si dispera, consolandosi e gioendo solo al momento in cui la cabina "torna da lui".
Ha preteso, per la cena, un tavolo che gli consentisse di controllare con lo sguardo i movimenti dell'adorato "saliscendi".
Ogni volta che lo incontro (ciao Roberto! Bello l'ascensore!! Sì, bello. Ma scende? Sì però torna, non preoccuparti...), di fronte al cunicolo, in spasmodica attesa o in adorazione, non posso non pensare al gioco del rocchetto descritto da Freud. Il padre della psicoanalisi aveva notato come un suo nipotino di 18 mesi si intrattenesse con questo piccolo strumento ludico lanciandolo sotto il letto, facendolo quindi sparire per poi recuperarlo tramite il filo cui era attaccato. Si trattava della messa in atto di una sorta di drammatizzazione, di una coazione a ripetere un'esperienza angosciante di separazione (con la madre, nella fattispecie), "riparata" dal potere magico di far tornare attivamente l'oggetto.
Così associativamente mi viene in mente la "femminilità" simbolica del contenitore, la cabina dell'ascensore quale "parentema" o "erotema", per dirla con Franco Fornari, connotato al femminile. Che Roberto abbia vissuto una separazione dolorosa di recente?
Qualche sera dopo, intrattenendomi con Benedetta, una delle proprietarie dell'albergo, le chiedo se Roberto abbia una sorella...una sorella da cui si sia separato, suo malgrado.
La domanda sembra retorica a Benedetta, nel senso che pensa io sappia. Ti ricordi Fabrizio? La sorella era qui con loro, poi ha litigato con degli amici e se n'è andata in gommone a Piombino.
No, Benedetta, non lo sapevo...

Al di là delle congetture indiziarie e interpretative, colpisce, di questa vicenda, la benevolenza e la capacità di molte persone di entrare in rapporto con Roberto. Saper convivere con la malattia mentale è indice di civiltà. Ci sono culture locali fondate sulla diffidenza, sulla coesione difensiva, sul vivere la diversità quale minaccia. Ce ne sono altre, come in questo piccolo ma splendido paesino dell'Elba, dove l'abitudine a riconoscere l'estraneità quale occasione di arricchimento, genera storie di compassione e comprensione, di adattabilità e apertura all'esperienza.

giovedì 2 agosto 2012

To bid you farewell...

...ma sarebbe meglio un semplice arrivederci.
Finalmente si parte.

E' qui che andrò:


È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine


Porterò qualche libro e un pò di musica. Fanculo agli ipod. Lettore mp3 (Five Finger Death Punch - Remember Everything; Rush - The Garden; Ne Obliviscaris - Forget Not; Anathema - Untouchable 1&2; Killing Joke - In Cythera; Dismember - Dreaming in Red; The Cure - Disintegration; Testament - True American Hate; Lunar Aurora - Gesterwoid...).

Un sentito ringraziamento a quei quattro gatti che mi leggono.
Enjoy:





mercoledì 1 agosto 2012

Castelli di sabbia per due

Che sia l'amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell'amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Così Emily Dickinson sull'amore romantico, in questi splendidi, "insaturi", polisemici versi. Inconoscibilità esterna (che l'amore rappresenti la totalità, l'infinito, è "tutto" ciò che ne sappiamo) e peso interiore (il solco che lascia nel cuore, nell'àmbito del nostro mondo interno). Un peso non commensurabile da una bilancia, insignificante sul piano della realtà ostensibile, eppure enorme per come lo sentiamo e viviamo dentro di noi quando, per esempio, soffriamo per amore. Di contro, si pensi all'insostenibile leggerezza dell'essere, al volo pindarico che ci spinge ad andare verso qualcuno che ci dà gioia, ricambiando i nostri sentimenti. La Dickinson sembra evocare, in altri termini, l'estrema modalità di sostituire la realtà esterna con la propria realtà psichica, coagulando "un pensiero non ancora pensato" da Freud, circa una delle caratteristiche del modo di essere inconscio della mente. Quando amiamo, scriveva Matte Blanco, l'oggetto del nostro desiderio possiede in grado infinito le innumerevoli caratteristiche della desiderabilità. Lui o lei racchiudono la gruppalità, l'insieme di tutto quello che significhiamo quale amore: dallo struggimento alla beatitudine, contemplando lo spettro che va dal codice materno a quello paterno, dal perdere i propri confini al ricongiungersi nell'atto sessuale. In lui o in lei si condensano e si irradiano tutti i lui e le lei di cui siamo stati innamorati. Sostituiamo "la realtà" di chi amiamo con l'emanazione di un sentire senza spazio e senza tempo.
L'amore è una follia, quindi, e si dispiega lungo un continuum di emozioni che ci sembrano incontenibili. Ma l'amore è una follia di cui possiamo prenderci cura se partiamo dal presupposto consapevole che non può sussitere al di fuori dell'idealizzazione. Tuttavia una cosa è confrontare un modello di idealità precostituito con colui o colei che incontriamo; altra, ben più difficile cosa è costruire entro un percorso di conoscenza "insatura" l'idealità dell'Altro. E' infatti assai diverso procedere nell'ottica modello/scarto dal modello, rispetto al "conoscersi per condividere" o al "ri-conoscersi per condividere", qualora, nell'ultimo caso, si voglia provare a non darsi per scontati. Ciò può implicare anche il passaggio attraverso gli accomodamenti e le assimilazioni che l'aggressività e la distruttività ci prospettano, nel percorso incerto e difficile di una relazione duratura.

Sul tema dell'amore romantico suggerisco il bellissimo volume del compianto Stephen Mitchell, edito da RaffaelloCortina: L'amore può durare? Il destino dell'amore romantico.



Ne riporto integralmente un paragrafo "chiave", per sviluppare l'accenno al coinvolgimento, alla condivisione e all'incertezza cui facevo riferimento poco più su.

Castelli di sabbia per due

Le riviste popolari che danno consigli alle persone le quali portano avanti stancamente le loro relazioni, offorno molti suggerimenti sulle cose che bisogna fare per migliorarle. Ma sarebbe molto meglio riflettere su quello che si sta già facendo! La spontaneità, come sanno bene le persone che fanno meditazione, non si ottiene con l'azione, ma astenendosi dalle proprie azioni abituali e scoprendo quello che succede. Desiderio e passione non sono frutto della premeditazione, ma fanno la loro comparsa in contesti specifici, e dobbiamo impegnarci molto per costruire contesti in cui il desiderio e la passione abbiano maggiore o minore probabilità di apparire.
E' molto più facile discernere qual è il nostro ruolo nella costruzione dei contesti dei nostri coinvolgimenti che comprendere il ruolo che abbiamo nella costruzione dei contesti che ci permettono di essere spontanei. Tendiamo a pensare di avere un controllo onnipotente sui nostri coinvolgimenti e a esaltare l'aspetto romantico della perdita di controllo nella spontaneità. Costruiamo città, inventiamo i nostri ambienti, a volte come fossimo dèi, e poi romanziamo la natura selvaggia come se (con kayak e scarpe da trekking) potessimo incontrarla incontaminata e intatta. Ma nei fatti d'amore, i coinvolgimenti più profondi e autentici possono essere costruiti e mantenuti solo se si resta consapevoli del cambiamento e della trasformazione che prescindono dal nostro controllo. I coinvolgimenti amorosi romantici non implicano una devozione alla stasi, ma una dedizione a un processo aperto all'incertezza. La passione genuina, a differenza delle sue forme degradate, non è scissa da un profondo desiderio di sicurezza e prevedibilità ma è in una relazione continua e dialettica con questo desiderio. Per conservare vitali e solidi i coinvolgimenti romantici è cruciale che essi non siano così rigidi da eliminare la spontaneità, e che la spontaneità non sia così rigida da precludere il coinvolgimento.
Le proliferanti realtà del mondo esterno in cui abitiamo sono rispecchiate dalle complessità sempre più profonde della nostra autocomprensione. Vogliamo e abbiamo bisogno allo stesso tempo di molte cose diverse: affidabilità e sorpresa, avere e desiderare, conoscere e immaginare. E nelle nostre relazioni più appassionate sentiamo molte cose diverse in rapida successione: desiderio, vulnerabilità, adorazione, tradimento, odio, sofferenza, colpa e forse rinascita. Ma non è semplice determinare se la stabilità che tanto desideriamo sia realtà, illusione o delirio e se la costruzione di questi castelli ci porti fuori dalla vita o generi un mondo in cui si possa essere creata una vita più vibrante e piena di significato.
Per i delicati paradossi dell'amore romantico sono fondamentali il desiderio di stabilità e la certezza che emerge dal desiderio. L'euforia della passione romantica genera dichiarazioni di continuità e sicurezza che, se prese troppo sul serio, possono solo spegnere la libertà e la spontaneità che in un primo momento erano alla base della passione. "Verde e morente mi trattenne il tempo", dice Dylan Thomas nella poesia "Colle delle felci": verde e morente, vivo ma cangiante, in crescita e sul punto di sparire, preso nei ceppi del tempo, ma mentre canto.
L'amore romantico è un castello di sabbia per due. E' una condizione necessaria per la passione, ma non è permanente. I castelli di sabbia per due dell'amore romantico richiedono, a causa della loro natura mutevole, un'opera di continua ricostruzione. L'intimità appassionata richiede una molteplicità di legami che non possono abitare in una sistemazione singola e stabile. L'inevitabilità del continuo mutare, come la marea montante di Nietzsche, spazza via i castelli di sabbia e smentisce le aspirazioni di permanenza.
Non stupisce che il degradarsi dell'amore romantico e la segregazione dei sui diversi aspetti sia tanto comune: i capricci impliciti nella costruzione di questi castelli di sabbia ci separano dalla "terra firma", dal senso di stabilità e prevedibilità di cui abbiamo bisogno, e l'eccitazione dell'amore romantico è rimpiazzata dalle passioni delle soap opera e dai pettegolezzi sulle celebrità. La popolarità dei libri di autoaiuto sulle relazioni esprime il desiderio profondo e diffuso di una specie di Baedeker romantica, di una mappa relazionale che ci aiuti a distinguere la sabbia da materiali di costruzione più resistenti e a risolvere queste tensioni.
Ma l'amore romantico non si coltiva risolvendo le tensioni presenti in una relazione, scoprendo un segreto o cercando in tutti i modi di inventare la novità. Coltivare l'amore romantico in una relazione è un'operazione che ha bisogno di due persone che sono affascinate dai modi in cui, individualmente e insieme, generano forme di vita su cui sperano di poter contare. Implica una tolleranza della fragilità di queste speranze intrecciate di realtà e fantasie, e una comprensione di come, nella ricchezza della nostra vita, le realtà divengano spesso fantasia, e le fantasie divengano spesso realtà.