lunedì 7 maggio 2012

Ri-apprendere dall’esperienza: una situazione clinica al CSM di Anzio


Il caso che presento riguarda una consulenza psicoterapeutica individuale al Centro di Salute Mentale di Anzio.

1. Il primo colloquio con Corrado

Incontro Corrado, per la prima volta, entro la cornice di un colloquio finalizzato alla somministrazione di un MMPI. Si tratta di un invio “interno” al Servizio. La psichiatra con cui l’uomo è in rapporto da circa un anno, mi chiede un ulteriore accertamento diagnostico, nell’ipotesi condivisa con lo stesso Corrado di certificarne l’inabilità al lavoro. La cartella clinica che consulto prima del colloquio fa riferimento ad una depressione maggiore e ad un disturbo paranoide della personalità.
Ci presentiamo e ci orientiamo su tempi e obiettivi del colloquio. La psichiatra gli ha detto di me, prospettandogli i motivi dell’incontro odierno.
Gli chiedo che idea si sia fatto di questa certificazione. A quali problemi pensa che possa rispondere, ad esempio.
Corrado, barba incolta, tuta da ginnastica, capelli arruffati e aria stropicciata di chi è passato da un letto al CSM senza soluzione di continuità (sono le 14.30), inizia a parlare.
Ha smesso di lavorare circa dieci anni fa, appena passati i quaranta (oggi ne ha 52). Faceva ed in passato ha sempre fatto il rappresentante di tessuti per tendaggi. Per conto di vari committenti-fornitori si recava presso esercizi che a loro volta vendevano al pubblico. Gradualmente, tra enormi difficoltà mi dice, era riuscito ad allacciare rapporti duraturi con alcuni clienti-negozianti. Ma è sempre vissuto in una condizione di semi-indigenza, isolato nella quotidianità e pervaso da un senso di crescente inutilità. Ha quindi stabilito un legame di dipendenza rispetto a quelle esigue relazioni di lavoro, comunque poco produttive sul piano di un ritorno economico.
Nel corso degli anni i problemi sono aumentati. Oggi, aggiunge, nessuno è più disposto ad acquistare tessuti pregiati. La crisi economica, nella sua esperienza, ha radici ben più lontane nel tempo. Ha quindi agìto un lungo addio, continuando a pagare le tasse pur avendo già smesso di lavorare da qualche anno, forse nell’intuizione che la perdita definitiva di quell’unico appiglio di realtà, seppur ormai dissimulato, lo avrebbe privato di un’identità, del sentirsi nella categoria o nella classe, per dirla alla Matte Blanco, degli adulti-lavoratori.
Si ritrova in quel che ipotizziamo, al che provo ad aprire sui nessi tra quell’interruzione (vecchia ormai di dieci anni) e l’immobilismo successivo. Nessun desiderio di ricominciare, di riorganizzarsi, di cambiare lavoro?
Fa resistenza su questo, tende a liquidare la questione, al che mi viene in mente di approfondire il rapporto tra l’importanza del suo lavoro in termini di sopravvivenza/sostentamento e la relativa commistione di piacevolezza/spiacevolezza che mi sembrava gli attribuisse.
Corrado torna a produrre parole, stavolta con una maggiore fluidità ed emozioni meno addomesticate. Fino a quel momento il suo eloquio mi arrivava come qualcosa di meccanico, lento e cantilenante, seppur stilisticamente colto e ricercato.
No, non gli è mai piaciuto fare quel lavoro. Un ambiente, a suo dire, traboccante di opportunisti e colleghi senza scrupoli, pronti a prevaricarti pur mostrandosi amici. Uno troppo buono come lui si è sempre sentito un pesce fuor d’acqua nei confronti di un contesto infestato da squali. Oggi la sua vita si trascina stancamente, non si sente più in grado di reggere l’impegno di un lavoro. La pensione sociale gli consentirebbe quantomeno di sopravvivere.
Nel disordine di un tempo ormai privo di stimoli si limita a subire un significativo sfasamento del ritmo circadiano. Mentre Corrado parla del suo confondere il giorno con la notte, dei lunghi monologhi interiori nel silenzio circostante della solitudine, mi vengono alla mente immagini, citazioni, aforismi che intrecciano simmetricamente il tempo, l’uomo ed il nulla, da Friedrich Nietzsche (Quando guardi a lungo nell’abisso anche l’abisso finisce per guardarti dentro) al Nosferatu cinematografico di Herzog [1].

venerdì 30 marzo 2012

La funzione psicologica nei Servizi di Salute Mentale: il gruppo come strumento di intervento

Il resoconto che pubblico può considerarsi una prima integrazione alle considerazioni più generali espresse in un post precedente, quello relativo al problema della cronicità e della cura della malattia mentale.
C'è spazio per la costruzione di una funzione psicologica nei Servizi di salute mentale? O la psicologia è destinata a rimanere ai margini della cultura psichiatrica dominante?
Dopo 35 anni di territorializzazione, a valle della chiusura dei manicomi (legge Basaglia), la questione rimane insoluta.
Ma forse qualcosa si può fare.
Ringrazio per la preziosa collaborazione la dott.ssa Chiara Panattoni.


Il gruppo come strumento volto ad esplorare la relazione tra gli utenti ed il Centro Diurno.
Resoconto di un progetto in corso al Dipartimento di Salute Mentale di Anzio
           

1. Premessa

Una delle psichiatre che lavorano al CSM di Anzio, agli inizi del mese di febbraio del corrente anno, contatta chi scrive questo resoconto, tirocinante presso il medesimo Servizio: vorrebbe parlarmi di una proposta di lavoro. Si tratterebbe di “fare un gruppo” con i pazienti del Centro Diurno (CD) dello stesso Dipartimento ASL Roma H.
La motivazione avanzata concerne un adempimento: viste le difficoltà nello stanziare in breve finanziamenti destinati alle cooperative sociali che si occupano delle attività con gli utenti del CD, il gruppo sarebbe un’alternativa utile a riempire il tempo. La psichiatra in questione, tra l’altro, sa della mia partecipazione al gruppo di psicoterapia del dott. S. Interpellati quest’ultimo ed il Responsabile del Dipartimento, per sondare il terreno circa un assenso (S., dirigente psicologo, è il tutor del mio tirocinio) che in seguito ottiene, mi chiede quindi di condurre questo gruppo nella sede del Centro Diurno.
Le faccio una contro-proposta: stilare un progetto ove costruire un setting gruppale non costituisca in sé un obiettivo, andando a sommarsi ad altri momenti “esperenziali”, per esempio; bensì funzioni da strumento per un intervento volto ad esplorare la relazione tra i pazienti ed il Centro Diurno, con l’obiettivo di comprendere come tale rapporto organizzi od ostacoli un ipotetico percorso evolutivo. In altri termini: è possibile una qualche forma di sviluppo per gli utenti del Centro Diurno, rinunciando, da parte degli operatori, alla strisciante fantasia di curare la malattia mentale?
In gruppo si istituirebbe un pensiero sulle emozioni che fondano le modalità relazionali di queste persone. Una funzione in controtendenza rispetto alle azioni consuete nella vita del Centro, per far emergere una domanda, per accompagnare un processo decisionale che connetta il cosa desiderare al come realizzarlo. Per fare delle ipotesi di uso degli apprendimenti nell’ambito della quotidianità “altra” dal Centro stesso (la famiglia, o il lavoro, o il desiderio di tradurre le esperienze del Centro in lavoro…). Ciò entro dei limiti, considerando le diversità e le risorse dei singoli.
Scrivo il progetto e lo consegno alla stessa psichiatra, al Responsabile, al tutor (che lo supervisiona); inoltre ad una infermiera del CD e ad una collega laureata in psicologia, tirocinante post-lauream, le quali mi chiedono di partecipare. Si fonda un interesse, si costruisce una committenza. Saranno prodotti resoconti a monitoraggio e verifica del lavoro svolto.
Il resoconto che segue concerne i primi incontri del gruppo del Centro Diurno, a frequenza settimanale.

2. Ipotesi sulla cultura locale dei partecipanti al gruppo del Centro Diurno

Inizio chiedendo ai partecipanti di presentarsi, associando ciò che viene alla mente rispetto al rapporto con il Centro Diurno (CD). Ad esempio: da quanto tempo lo si frequenta e che tipo di problemi si prospettano.
Si susseguono risposte di grande interesse, ove la propensione a parlare è direttamente proporzionale alla significatività di due variabili: le esperienze che alcune di queste persone hanno fatto in altri contesti gruppali e soprattutto il tempo, in certi casi ben oltre il lustro, che molti continuano a spendere nella relazione con il Centro.
Tra i più giovani, nell’evocare problemi, ricorre la parola “lavoro”, dimensione sospesa emozionalmente tra il lutto di una perdita ascritta alla propria malattia mentale ed il desiderio di tornare ad investire su rinnovabili capacità produttive. Ma al momento si tratta quasi di un fragile, etereo sussulto onirico se confrontato alla dura concretezza di una realtà esterna vissuta come escludente. E’ pur vero che al CD le attività prevalenti possono ascriversi all’area della formazione al lavoro, ma quanto tali proposte tengono in considerazione le domande, le differenze individuali, le competenze e le aspirazioni dei singoli?
Poco a quanto pare, perché seppur a volte interessanti tali proposte si organizzano su offerte standardizzate, che appiattiscono ognuno dei partecipanti su di una univoca, debole funzione discente. Ci si aspetta che tutti siano uguali e che si aderisca adempitivamente. Chi si rifiuta deve comunque pescare qualcosa di “convincente”, pena l’ulteriore esclusione ed il rimando all’ennesima categoria diagnostica a giustificazione dell’apatia.
Trasversalmente emerge la sensazione che gli utenti rimangano schiacciati dalla prevalenza di un continuo processo di infantilizzazione, laddove poi i prodotti dei lavori di artigianato, cucito, decoupage, restano confinati tra le mura del Centro o al limite esposti ad una fruizione ludica, senza una riflessione sulle ipotesi d’uso delle competenze apprese, spendibili altrove quali opportunità di sviluppare un mestiere e perché no, una professione.
E’ evidente che non tutti possono avere accesso a quelle risorse simboliche in grado di interfacciarsi con il tentativo di conferire cambiamenti concreti alla propria esistenza, di ricevere riscontri dalla realtà circostante, ma rimanendo nella logica che nullifica differenze si ingenera un circolo vizioso che mortificando tutte le risorse finisce per rendere un muro invalicabile qualunque ipotesi di vita lavorativa, potenzialmente configurabile al di là del CD.

venerdì 17 febbraio 2012

Le emozioni che precedono la parola: una consulenza privata

La letteratura psicoanalitica, storicamente, poco si è soffermata sugli aspetti comunicativi non parlati, concernenti il rapporto tra cliente e professionista. A volte un odore, dei particolari nell'abbigliamento, la trascuratezza o l'appariscenza possono costituire tracce di lavoro che anticipano e al contempo intersecano le trame emozionali rintracciabili nella narrazione dei problemi del consultante.

Il resoconto che segue si propone di trattare la questione, sinteticamente e dentro un'esperienza di lavoro diretta.

Una paziente in consulenza da circa due mesi mi avverte telefonicamente, poche ore prima dell’appuntamento previsto, di non poter venire in seduta. E’ la seconda settimana consecutiva che disdice con la medesima modalità, seppur con giustificazioni diverse. Si scusa ripetutamente, aggiungendo che sente, tuttavia, di aver bisogno di venire. Vorrebbe una seduta fuori dagli accordi già presi, in un giorno diverso da quello abituale.
Le propongo invece il consueto appuntamento settimanale, presso il Poliambulatorio. Stesso giorno, stessa ora, rimandando la discussione al momento dell’incontro.
Mi resta nella mente la questione del bisogno, che leggo quale spinta ad una gratificazione non rimandabile, alla stregua di un impellente istinto nutritivo che cancella il riconoscimento di un contesto, di una relazione ove esista reciprocità.
Questa giovane donna, S., sembra oscillare lungo il continuum ai cui estremi si pongono appetizione consumatoria e sazietà autistica, come fosse un neonato il cui unico pensiero configuri l’assenza di una gratificazione, cercata ed agita tramite l’utilizzo di un oggetto-parziale-seno di cui non si avverte nemmeno il calore del contatto.
E’ venuta in consultazione perché questo assetto relazionale, reciprocato specularmente dall’attuale compagno “accudente”, sta fallendo. Lui le rimprovera i continui atteggiamenti capricciosi, le richieste di rassicurazione sulla scia di reiterate fantasie abbandoniche. In sintesi è stanco di esistere unicamente in funzione delle insicurezze di lei. Ma al contempo la incista in questa posizione ancillare, di dipendenza, non accettando, come la stessa S. del resto, di uscire definitivamente da tale dinamica relazionale. Si sono lasciati ma non riescono a lasciarsi, perché come uno dei due dichiara l’intenzione di chiudere l’altro riprende i contatti, con telefonate, sms, o presentandosi “a sorpresa” (come la richiesta della seduta “estemporanea”) presso il rispettivo luogo di lavoro.
La telefonata che ricevo diviene quindi, nell’ambito di un setting tenuto volutamente stabile, materiale clinico importante, un nesso transferale su cui lavoriamo ampiamente.
Ma ancor più a monte c’è un aspetto emozionale non parlato che S. agisce seduta dopo seduta, aspetto che ha fortemente a che vedere con il suo essere dentro ed al contempo essere fuori dai rapporti, come chi frettolosamente va a prendersi qualcosa da qualcuno, allo scopo di saziare i propri bisogni. La donna non toglie mai il giubbotto durante i colloqui, nemmeno quando nella stanza la temperatura si aggira sui 26 gradi centigradi, grazie al funzionale condizionatore. E’ come se S., con una parte di sé, fosse altrove anche quando mi siede di fronte, quasi entrasse in un negozio in chiusura per fare l’ultimo acquisto.
Non è la prima volta che ironizziamo sulla sua succinta corazza, ma è solo quando integriamo il dentro, noi entro il setting, ed il fuori, le sue relazioni esterne che S. inizia ad elaborare il senso simbolico dell’esserci e del non esserci, del predare il nutrimento emozionale per poi saziarsi, ripetendo un ciclo inesorabile di egocentrico infantilismo. Di lì una serie di costruzioni delineate assieme, per connettere sulla falsariga di quella lettura, altri eventi significativi della sua vita sociale, familiare e lavorativa.

venerdì 13 gennaio 2012

Cronicità: etimo, storia e modello medico

Pubblico la prima parte di un articolo inerente il problema della "cronicità" all'interno dei Servizi di Salute Mentale.
Si tratta di una questione complessa, che prende forma attorno alla "pretesa" contestuale di guarire i pazienti affetti da gravi psicopatologie. Mi propongo di riflettere sulle alternative possibili di intervento psicologico con tale tipologia di pazienti, a partire da una ri-costruzione storica e clinica del concetto di cronicità.

Se si parla di cronicità fantasmaticamente sussiste l’attesa di un esito.

Nel mondo greco, ereditata dalle civiltà antiche, era predominante una concezione ciclica del tempo, probabilmente indotta dall’osservazione della regolarità dei moti degli astri o della ripetizione immutabile delle stagioni.
In effetti, quella ciclica è nell’antichità la più diffusa concezione della temporalità. Come le stagioni si susseguono e ritornano con ritmica cadenza, così le generazioni umane e le loro attività si succedono e ritornano con regolarità. È l’idea che troviamo già in Omero (VIII secolo a. C.): “Come quelle delle foglie sono le generazioni degli uomini; le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva feconda le produce al ritorno della primavera; così le generazioni degli uomini: nasce una, l’altra dilegua” (Iliade VI, 146-149). Il divenire temporale viene raffigurato da una ruota: tutto a suo tempo ritorna, tutta la storia è un eterno ritorno. Tale concezione permette all’uomo arcaico di mitigare la propria impotenza innanzi all’irreversibilità del tempo, alla distruzione irreparabile delle cose, al perire definitivo dei viventi.
Chronos, nella cultura ellenica dell’epoca, è la parola che connota la dimensione temporale specifica di cui sopra, espressione di un tempo univoco e predeterminato, dove la ciclicità è la cornice entro cui ogni epoca sorge e svanisce. Nel ciclo, alla stregua dell’iconografia del serpente che si morde la coda, l’avvicendarsi delle ere non ha una finalità, ma semplicemente una continuità tra fine ed inizio, quale inesorabile ripetizione del già noto.
Sarà poi la cultura giudaico-cristiana ad orientare linearmente il tempo, rendendolo vettore su cui si posizionano eventi irripetibili (si pensi al lessema “cronologia”, ad esempio, o alla stessa collocazione degli accadimenti a partire dalla nascita di Cristo).

lunedì 26 settembre 2011

"Gli Anormali" di Michel Foucault

L’aspetto che traspare con più evidenza ne “Gli Anormali” è la critica alla dimensione conformistica del potere. Una questione attuale e cogente: tanto nell'ambito dell'odierno panorama politico e sociale del nostro Paese quanto nei risvolti impliciti delle prassi di chi lavora con la psicologia.



La recensione al volume di Foucault che pubblico qui, prende forma all'interno di un complesso lavoro di esplorazione e messa in discussione dei modelli stereotipali con cui le scienze umane sono solite leggere la realtà. Si tratta di un lavoro coordinato con colleghi psicologi, con l'obiettivo di ripensare anche i propri modelli psicologici, troppo spesso agìti (e non pensati) nella fantasia di non aver mai a che fare con il potere. Potere che, di contro, si insinua nei processi decisionali di cosa sia giusto e sbagliato e che (dis)orienta nel guardare ad alcuni repertori diagnostici mutuati dalla psichiatria. E ciò avviene quando, appunto, gli psicologi si arrogano il diritto di tracciare la linea che divide la normalità dalla anormalità.
Su un piano diverso la lettura di Foucault è interessante perchè il filosofo francese pensa "indiziariamente". Partendo da fonti giuridiche, mediche, storiche, teologiche, costruisce nessi e produce senso laddove sembra non sussistano né gli uni né l’altro.



"Gli anormali" di Foucault nella mentalità degli psicologi
di Fabrizio Casuccio e Onofrio Strignano


Scriviamo con l’idea di coinvolgere i colleghi nella nostra lettura de Gli anormali [1] di Foucault. Il coinvolgimento che vorremmo stimolare riguarda un lavoro su due livelli. Il rapporto tra la ricerca di Foucault e la mentalità degli psicologi si stringe, secondo il nostro approfondimento, su due punti che definiamo insoliti, su due livelli distinti: quale anormalità e quali metodi venivano adottati per trattarla.
Ne Gli anormali Foucault ricolloca la “diversità” che aveva recuperato dalla storia proponendola alla ribalta di un pubblico che aveva cercato di dimenticarne l’esistenza. I mostri umani, gli incorreggibili e gli onanisti (bambini) con Foucault diventano, ad esempio, figure retoriche che si emancipano da una posizione socialmente indesiderabile a una posizione di fenomeno comprensibile socialmente, una questione, quella della diversità, che veniva collocata “nelle” persone e che con Foucault poteva essere ridefinita “tra” le persone. La distanza tra il “giusto” e il “diverso dal giusto” mostrava un conflitto profondo tra i “costumi” di una società borghese e la società stessa. Citiamo Rosmini [2] che discutendo Tesi, antitesi e sintesi di Hegel trattava “l’uomo morale” come frutto dell’incontro tra “l’uomo ideale” e “l’uomo reale”. Ma anche la “morale” non può essere abbandonata dai significati che la incarnano. La moralità che facciamo raccontare a Foucault è il frutto di una mentalità preoccupata da caratteristiche stabili che venivano collocate nell’individuo e riconosciute attraverso il parametro dicotomico del “le possiede” o “non le possiede”. Queste due caratteristiche congiunte e sovrapponibili sono: la pericolosità e la perversione.
Il secondo livello al quale abbiamo alluso si integra all’individuazione della pericolosità e della perversione del comportamento umano occupandosi di come intervenire sul comportamento; mentalità coerente con una ideologia che congiunge la diagnosi al trattamento. Tale livello riguarda il metodo per trattare gli anormali. Qui c’è l’intuizione fondamentale di Foucault, secondo noi. Non si parla di trattamento della anormalità, ma di fallimento del trattamento. Crediamo che Foucault scopra il fallimento del modello medico nel momento nel quale la medicina ricorre al potere giuridico, alla giustizia.

martedì 13 settembre 2011

Un'autorevole definizione di emozione

Un'emozione è un tentativo di verità esperita personalmente, avvolta nel rivestimento o nel contenitore del mito, del sogno o della fantasia...
James  S. Grotstein

Si tratta di una citazione parziale, tratta da uno dei capitoli di un libro del 2007, edito da FrancoAngeli: "L'emozione come esperienza infinita - Matte Blanco e la psicoanalisi contemporanea". Raccoglie saggi di vari autori intenti a riconsiderare emozione ed inconscio come realtà equivalenti della nostra psiche (ibidem), sulla scia dell'originaria formulazione del grande psicoanalista cileno.

Trovo splendida la definizione di Grotstein, seppur ancorata ad una concezione individuale dell'esperienza emozionale. Ma se integriamo "personalmente" a "socialmente" abbiamo una rappresentazione ottimale di cosa sia un'emozione. Ed è sempre sorprendente quel rovesciamento della prospettiva del senso comune, prospettiva che declina l'emozionalità quale semplice reazione ad un fatto conclamato: ad un funerale ci si deve rattristare, per un matrimonio è di rigore la gioia...e ci mancherebbe!!
Le cose stanno diversamente, perchè con le emozioni noi viviamo la "coloritura" che scaturisce dalla simbolizzazione affettiva degli oggetti nel contesto. Noi creiamo la realtà, in primo luogo, tramite il filtro di ciò che sentiamo con le emozioni.
E la verità assoluta, come implicitamente ci ricorda Grotstein nella sua definizione (verità esperita), non è mai contemplabile. Forse è per questo che Wilfred Bion soleva dire che la verità non richiede un pensatore, soltanto le bugie e le falsità lo richiedono. In altri termini la verità è sempre una verità emozionale.

venerdì 9 settembre 2011

Life coaching: il rischio della semplificazione

In Italia attualmente esistono circa 70.000 psicologi iscritti all'Ordine. Rappresentano un terzo di tutti quelli presenti in Europa (210.000).
Non mi soffermerò sulle ragioni storiche e sociali del sovraffollamento nostrano perchè, piuttosto, sono le conseguenze inattese di questo dato numerico a risultare fortemente critiche; ad esempio per coloro i quali pensano di fruire di una consulenza psicologica. Si potrebbe già asserire che con una simile offerta il rischio di incrociare una scarsa competenza sia piuttosto alto. Ma c'è da aggiungere la forte competitività in ambito privato, tra psicologi. Ad un auspicabile continuo processo di formazione (non si dovrebbe mai smettere di imparare), quale modo per emergere e distinguersi, si sostituisce la tendenza ad offrire prestazioni che vanno dalla gratuità alla semplificazione mortificante.
E' in questo senso che leggo con una certa quota di scetticismo lo strano connubio tra la consulenza psicologica ed il cosiddetto Life Coaching. Attenzione: nella maggioranza dei casi non si tratta di approcci integrati, di semplici sfumature linguistiche che si limitino a svelare il solito gusto nel riempirsi la bocca di "americanismi" culturalmente anni ottanta. Non è quindi una questione di etichette, dentro le quali si organizzino coerenti modelli interpretativi della professione. No.
Spesso si tratta di colleghi psicologi che alla "normale" consulenza clinica o psicoterapeutica "aggiungono" la possibilità di provare il Life Coaching. Da una parte la psicoterapia, quindi, perlopiù riservata a coloro i quali risultino "portatori" di una qualche psicopatologia (si tratta di un modo di intendere la psicologia quale scienza atta a "correggere" deficit). Gli sfigati, potremmo dire. Dall'altra il coaching, elitariamente riservato a chi con la testa ancora ci sta.
Ma cos'è il life coaching? Si tratterebbe di una disciplina dello sviluppo personale, atta a facilitare i singoli nel costruirsi il futuro che desiderano, tramite una serie di strumenti.
Storicamente, credo lo si fosse capito, nasce negli Stati Uniti del rampantismo individualista reaganiano, in pieni anni ottanta. Dapprima quale metodo di allenamento sportivo, poi esportato ad altri campi del comportamento umano.
Nulla da eccepire nei riguardi di chi si arrangia a campare. I coach provengono dai più disparati percorsi professionali. Non dubito che questa "cura motivazionale" possa avere dei risvolti interessanti ed una propria efficacia.
Ma che siano degli psicologi ad arrangiarsi a coach (continua a venirmi in mente la pallacanestro...) lo trovo svilente. Psicologi con una formazione anche di matrice psicoanalitica. E' svilente e riduttivo perchè questo significa aderire ad un criterio di sviluppo predefinito, dove alla fine del percorso il risultato atteso è già scritto: "vissero tutti felici e contenti". Siamo sicuri che sia proprio così?
E' svilente, riduttivo e semplificante perchè si suppone, facendo fuori il modo di essere inconscio della mente, che le persone già sappiano con certezza cosa vogliono. Perchè si fa leva su una sorta di miglioramento individuale del tutto a-contestuale. Perchè non si fa nessun uso dell'esplorazione del rapporto tra consultante e consulente, quale criterio metodologico per capirci qualcosa delle emozioni. Mentre le dinamiche transferali, precedentemente messe alla porta, rientrano dalla finestra quando si torna alla psicoterapia.
E' infine seduttivo e predatorio perchè si entra ed esce dalle tecniche con l'esasperazione del possedere quanti più clienti possibile: non importa se infantilizzando (nel coaching si agisce un rapporto di potere asimmetrico ed irreversibile) o promettendo loro la "felicità".
La crisi economica giustifica i mezzi...