Incrocio Roberto più volte nel via vai di un albergo di Marciana Marina, durante le mie vacanze all'isola d'Elba. La facies hippocratica gli conferisce una mimica quasi disfatta nel complesso, eppure nei suoi occhi brilla qualcosa. Si fa notare per le espressioni sopra le righe (bestemmia come un camionista toscano alle prese con una gomma forata...), per le frasi ridondanti, perchè parla due/tre toni sopra mentre chiede continuamente a sua madre: mamma, ma torna??! Torna, mamma?? Oh ma sale??? Ma se poi non torna??? Madon(xx) ca(xx) non scende!!!!
Ha più o meno trent'anni. E' in albergo con gli anziani, pazienti genitori. Presumo sia affetto da un disturbo dello spettro autistico, forse la sindrome di Asperger.
Suscita simpatia in tutti, Roberto, me compreso; ma ancora non ho ben capito chi o cosa debba tornare-scendere-salire. Forse suo padre, penso tra me e me.
Una mattina, durante la colazione all'aperto, molla un peto talmente plateale da sembrare una pernacchia. La voluta inclinazione del busto e la bocca chiusa sconfermano la teoria della burla... Ma quella "sconveniente sottolineatura", provenendo da lui, non può che suscitare ilarità. Per poco non mi strozzo con un cornetto, mentre il nostro continua a mangiare con la nonchalance di un critico gastronomico. Poi si alza di scatto e corre verso l'interno dell'albergo. Poco dopo lo ritrovo davanti al cunicolo trasparente dell'ascensore, mentre con occhi supplicanti guarda su. Prendo tempo e senza fissarlo faccio qualche passo lento, su e giù per l'atrio. Vorrei capirci di più, sono curioso. Non è suo padre che aspetta. E' la cabina dell'ascensore. Qualcuno esce tra la totale indifferenza di Roberto. L'oggetto della sua amorevole attenzione non è il contenuto (umano), bensì il contenitore.
No, non ci entra mai. Si limita a premere il tasto che lo tiene al piano. Quando le porte si richiudono in automatico non sembra angosciato, purchè l'ascensore resti lì. Quando, di contro, sale il giovane si dispera, consolandosi e gioendo solo al momento in cui la cabina "torna da lui".
Ha preteso, per la cena, un tavolo che gli consentisse di controllare con lo sguardo i movimenti dell'adorato "saliscendi".
Ogni volta che lo incontro (ciao Roberto! Bello l'ascensore!! Sì, bello. Ma scende? Sì però torna, non preoccuparti...), di fronte al cunicolo, in spasmodica attesa o in adorazione, non posso non pensare al gioco del rocchetto descritto da Freud. Il padre della psicoanalisi aveva notato come un suo nipotino di 18 mesi si intrattenesse con questo piccolo strumento ludico lanciandolo sotto il letto, facendolo quindi sparire per poi recuperarlo tramite il filo cui era attaccato. Si trattava della messa in atto di una sorta di drammatizzazione, di una coazione a ripetere un'esperienza angosciante di separazione (con la madre, nella fattispecie), "riparata" dal potere magico di far tornare attivamente l'oggetto.
Così associativamente mi viene in mente la "femminilità" simbolica del contenitore, la cabina dell'ascensore quale "parentema" o "erotema", per dirla con Franco Fornari, connotato al femminile. Che Roberto abbia vissuto una separazione dolorosa di recente?
Qualche sera dopo, intrattenendomi con Benedetta, una delle proprietarie dell'albergo, le chiedo se Roberto abbia una sorella...una sorella da cui si sia separato, suo malgrado.
La domanda sembra retorica a Benedetta, nel senso che pensa io sappia. Ti ricordi Fabrizio? La sorella era qui con loro, poi ha litigato con degli amici e se n'è andata in gommone a Piombino.
No, Benedetta, non lo sapevo...
Al di là delle congetture indiziarie e interpretative, colpisce, di questa vicenda, la benevolenza e la capacità di molte persone di entrare in rapporto con Roberto. Saper convivere con la malattia mentale è indice di civiltà. Ci sono culture locali fondate sulla diffidenza, sulla coesione difensiva, sul vivere la diversità quale minaccia. Ce ne sono altre, come in questo piccolo ma splendido paesino dell'Elba, dove l'abitudine a riconoscere l'estraneità quale occasione di arricchimento, genera storie di compassione e comprensione, di adattabilità e apertura all'esperienza.
giovedì 6 settembre 2012
giovedì 2 agosto 2012
To bid you farewell...
...ma sarebbe meglio un semplice arrivederci.
Finalmente si parte.
E' qui che andrò:
È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine
Porterò qualche libro e un pò di musica. Fanculo agli ipod. Lettore mp3 (Five Finger Death Punch - Remember Everything; Rush - The Garden; Ne Obliviscaris - Forget Not; Anathema - Untouchable 1&2; Killing Joke - In Cythera; Dismember - Dreaming in Red; The Cure - Disintegration; Testament - True American Hate; Lunar Aurora - Gesterwoid...).
Un sentito ringraziamento a quei quattro gatti che mi leggono.
Enjoy:
Finalmente si parte.
E' qui che andrò:
È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine
Porterò qualche libro e un pò di musica. Fanculo agli ipod. Lettore mp3 (Five Finger Death Punch - Remember Everything; Rush - The Garden; Ne Obliviscaris - Forget Not; Anathema - Untouchable 1&2; Killing Joke - In Cythera; Dismember - Dreaming in Red; The Cure - Disintegration; Testament - True American Hate; Lunar Aurora - Gesterwoid...).
Un sentito ringraziamento a quei quattro gatti che mi leggono.
Enjoy:
mercoledì 1 agosto 2012
Castelli di sabbia per due
Che sia l'amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell'amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
Così Emily Dickinson sull'amore romantico, in questi splendidi, "insaturi", polisemici versi. Inconoscibilità esterna (che l'amore rappresenti la totalità, l'infinito, è "tutto" ciò che ne sappiamo) e peso interiore (il solco che lascia nel cuore, nell'àmbito del nostro mondo interno). Un peso non commensurabile da una bilancia, insignificante sul piano della realtà ostensibile, eppure enorme per come lo sentiamo e viviamo dentro di noi quando, per esempio, soffriamo per amore. Di contro, si pensi all'insostenibile leggerezza dell'essere, al volo pindarico che ci spinge ad andare verso qualcuno che ci dà gioia, ricambiando i nostri sentimenti. La Dickinson sembra evocare, in altri termini, l'estrema modalità di sostituire la realtà esterna con la propria realtà psichica, coagulando "un pensiero non ancora pensato" da Freud, circa una delle caratteristiche del modo di essere inconscio della mente. Quando amiamo, scriveva Matte Blanco, l'oggetto del nostro desiderio possiede in grado infinito le innumerevoli caratteristiche della desiderabilità. Lui o lei racchiudono la gruppalità, l'insieme di tutto quello che significhiamo quale amore: dallo struggimento alla beatitudine, contemplando lo spettro che va dal codice materno a quello paterno, dal perdere i propri confini al ricongiungersi nell'atto sessuale. In lui o in lei si condensano e si irradiano tutti i lui e le lei di cui siamo stati innamorati. Sostituiamo "la realtà" di chi amiamo con l'emanazione di un sentire senza spazio e senza tempo.
L'amore è una follia, quindi, e si dispiega lungo un continuum di emozioni che ci sembrano incontenibili. Ma l'amore è una follia di cui possiamo prenderci cura se partiamo dal presupposto consapevole che non può sussitere al di fuori dell'idealizzazione. Tuttavia una cosa è confrontare un modello di idealità precostituito con colui o colei che incontriamo; altra, ben più difficile cosa è costruire entro un percorso di conoscenza "insatura" l'idealità dell'Altro. E' infatti assai diverso procedere nell'ottica modello/scarto dal modello, rispetto al "conoscersi per condividere" o al "ri-conoscersi per condividere", qualora, nell'ultimo caso, si voglia provare a non darsi per scontati. Ciò può implicare anche il passaggio attraverso gli accomodamenti e le assimilazioni che l'aggressività e la distruttività ci prospettano, nel percorso incerto e difficile di una relazione duratura.
Sul tema dell'amore romantico suggerisco il bellissimo volume del compianto Stephen Mitchell, edito da RaffaelloCortina: L'amore può durare? Il destino dell'amore romantico.
Ne riporto integralmente un paragrafo "chiave", per sviluppare l'accenno al coinvolgimento, alla condivisione e all'incertezza cui facevo riferimento poco più su.
Castelli di sabbia per due
Le riviste popolari che danno consigli alle persone le quali portano avanti stancamente le loro relazioni, offorno molti suggerimenti sulle cose che bisogna fare per migliorarle. Ma sarebbe molto meglio riflettere su quello che si sta già facendo! La spontaneità, come sanno bene le persone che fanno meditazione, non si ottiene con l'azione, ma astenendosi dalle proprie azioni abituali e scoprendo quello che succede. Desiderio e passione non sono frutto della premeditazione, ma fanno la loro comparsa in contesti specifici, e dobbiamo impegnarci molto per costruire contesti in cui il desiderio e la passione abbiano maggiore o minore probabilità di apparire.
E' molto più facile discernere qual è il nostro ruolo nella costruzione dei contesti dei nostri coinvolgimenti che comprendere il ruolo che abbiamo nella costruzione dei contesti che ci permettono di essere spontanei. Tendiamo a pensare di avere un controllo onnipotente sui nostri coinvolgimenti e a esaltare l'aspetto romantico della perdita di controllo nella spontaneità. Costruiamo città, inventiamo i nostri ambienti, a volte come fossimo dèi, e poi romanziamo la natura selvaggia come se (con kayak e scarpe da trekking) potessimo incontrarla incontaminata e intatta. Ma nei fatti d'amore, i coinvolgimenti più profondi e autentici possono essere costruiti e mantenuti solo se si resta consapevoli del cambiamento e della trasformazione che prescindono dal nostro controllo. I coinvolgimenti amorosi romantici non implicano una devozione alla stasi, ma una dedizione a un processo aperto all'incertezza. La passione genuina, a differenza delle sue forme degradate, non è scissa da un profondo desiderio di sicurezza e prevedibilità ma è in una relazione continua e dialettica con questo desiderio. Per conservare vitali e solidi i coinvolgimenti romantici è cruciale che essi non siano così rigidi da eliminare la spontaneità, e che la spontaneità non sia così rigida da precludere il coinvolgimento.
Le proliferanti realtà del mondo esterno in cui abitiamo sono rispecchiate dalle complessità sempre più profonde della nostra autocomprensione. Vogliamo e abbiamo bisogno allo stesso tempo di molte cose diverse: affidabilità e sorpresa, avere e desiderare, conoscere e immaginare. E nelle nostre relazioni più appassionate sentiamo molte cose diverse in rapida successione: desiderio, vulnerabilità, adorazione, tradimento, odio, sofferenza, colpa e forse rinascita. Ma non è semplice determinare se la stabilità che tanto desideriamo sia realtà, illusione o delirio e se la costruzione di questi castelli ci porti fuori dalla vita o generi un mondo in cui si possa essere creata una vita più vibrante e piena di significato.
Per i delicati paradossi dell'amore romantico sono fondamentali il desiderio di stabilità e la certezza che emerge dal desiderio. L'euforia della passione romantica genera dichiarazioni di continuità e sicurezza che, se prese troppo sul serio, possono solo spegnere la libertà e la spontaneità che in un primo momento erano alla base della passione. "Verde e morente mi trattenne il tempo", dice Dylan Thomas nella poesia "Colle delle felci": verde e morente, vivo ma cangiante, in crescita e sul punto di sparire, preso nei ceppi del tempo, ma mentre canto.
L'amore romantico è un castello di sabbia per due. E' una condizione necessaria per la passione, ma non è permanente. I castelli di sabbia per due dell'amore romantico richiedono, a causa della loro natura mutevole, un'opera di continua ricostruzione. L'intimità appassionata richiede una molteplicità di legami che non possono abitare in una sistemazione singola e stabile. L'inevitabilità del continuo mutare, come la marea montante di Nietzsche, spazza via i castelli di sabbia e smentisce le aspirazioni di permanenza.
Non stupisce che il degradarsi dell'amore romantico e la segregazione dei sui diversi aspetti sia tanto comune: i capricci impliciti nella costruzione di questi castelli di sabbia ci separano dalla "terra firma", dal senso di stabilità e prevedibilità di cui abbiamo bisogno, e l'eccitazione dell'amore romantico è rimpiazzata dalle passioni delle soap opera e dai pettegolezzi sulle celebrità. La popolarità dei libri di autoaiuto sulle relazioni esprime il desiderio profondo e diffuso di una specie di Baedeker romantica, di una mappa relazionale che ci aiuti a distinguere la sabbia da materiali di costruzione più resistenti e a risolvere queste tensioni.
Ma l'amore romantico non si coltiva risolvendo le tensioni presenti in una relazione, scoprendo un segreto o cercando in tutti i modi di inventare la novità. Coltivare l'amore romantico in una relazione è un'operazione che ha bisogno di due persone che sono affascinate dai modi in cui, individualmente e insieme, generano forme di vita su cui sperano di poter contare. Implica una tolleranza della fragilità di queste speranze intrecciate di realtà e fantasie, e una comprensione di come, nella ricchezza della nostra vita, le realtà divengano spesso fantasia, e le fantasie divengano spesso realtà.
È ciò che noi sappiamo dell'amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
Così Emily Dickinson sull'amore romantico, in questi splendidi, "insaturi", polisemici versi. Inconoscibilità esterna (che l'amore rappresenti la totalità, l'infinito, è "tutto" ciò che ne sappiamo) e peso interiore (il solco che lascia nel cuore, nell'àmbito del nostro mondo interno). Un peso non commensurabile da una bilancia, insignificante sul piano della realtà ostensibile, eppure enorme per come lo sentiamo e viviamo dentro di noi quando, per esempio, soffriamo per amore. Di contro, si pensi all'insostenibile leggerezza dell'essere, al volo pindarico che ci spinge ad andare verso qualcuno che ci dà gioia, ricambiando i nostri sentimenti. La Dickinson sembra evocare, in altri termini, l'estrema modalità di sostituire la realtà esterna con la propria realtà psichica, coagulando "un pensiero non ancora pensato" da Freud, circa una delle caratteristiche del modo di essere inconscio della mente. Quando amiamo, scriveva Matte Blanco, l'oggetto del nostro desiderio possiede in grado infinito le innumerevoli caratteristiche della desiderabilità. Lui o lei racchiudono la gruppalità, l'insieme di tutto quello che significhiamo quale amore: dallo struggimento alla beatitudine, contemplando lo spettro che va dal codice materno a quello paterno, dal perdere i propri confini al ricongiungersi nell'atto sessuale. In lui o in lei si condensano e si irradiano tutti i lui e le lei di cui siamo stati innamorati. Sostituiamo "la realtà" di chi amiamo con l'emanazione di un sentire senza spazio e senza tempo.
L'amore è una follia, quindi, e si dispiega lungo un continuum di emozioni che ci sembrano incontenibili. Ma l'amore è una follia di cui possiamo prenderci cura se partiamo dal presupposto consapevole che non può sussitere al di fuori dell'idealizzazione. Tuttavia una cosa è confrontare un modello di idealità precostituito con colui o colei che incontriamo; altra, ben più difficile cosa è costruire entro un percorso di conoscenza "insatura" l'idealità dell'Altro. E' infatti assai diverso procedere nell'ottica modello/scarto dal modello, rispetto al "conoscersi per condividere" o al "ri-conoscersi per condividere", qualora, nell'ultimo caso, si voglia provare a non darsi per scontati. Ciò può implicare anche il passaggio attraverso gli accomodamenti e le assimilazioni che l'aggressività e la distruttività ci prospettano, nel percorso incerto e difficile di una relazione duratura.
Sul tema dell'amore romantico suggerisco il bellissimo volume del compianto Stephen Mitchell, edito da RaffaelloCortina: L'amore può durare? Il destino dell'amore romantico.
Ne riporto integralmente un paragrafo "chiave", per sviluppare l'accenno al coinvolgimento, alla condivisione e all'incertezza cui facevo riferimento poco più su.
Castelli di sabbia per due
Le riviste popolari che danno consigli alle persone le quali portano avanti stancamente le loro relazioni, offorno molti suggerimenti sulle cose che bisogna fare per migliorarle. Ma sarebbe molto meglio riflettere su quello che si sta già facendo! La spontaneità, come sanno bene le persone che fanno meditazione, non si ottiene con l'azione, ma astenendosi dalle proprie azioni abituali e scoprendo quello che succede. Desiderio e passione non sono frutto della premeditazione, ma fanno la loro comparsa in contesti specifici, e dobbiamo impegnarci molto per costruire contesti in cui il desiderio e la passione abbiano maggiore o minore probabilità di apparire.
E' molto più facile discernere qual è il nostro ruolo nella costruzione dei contesti dei nostri coinvolgimenti che comprendere il ruolo che abbiamo nella costruzione dei contesti che ci permettono di essere spontanei. Tendiamo a pensare di avere un controllo onnipotente sui nostri coinvolgimenti e a esaltare l'aspetto romantico della perdita di controllo nella spontaneità. Costruiamo città, inventiamo i nostri ambienti, a volte come fossimo dèi, e poi romanziamo la natura selvaggia come se (con kayak e scarpe da trekking) potessimo incontrarla incontaminata e intatta. Ma nei fatti d'amore, i coinvolgimenti più profondi e autentici possono essere costruiti e mantenuti solo se si resta consapevoli del cambiamento e della trasformazione che prescindono dal nostro controllo. I coinvolgimenti amorosi romantici non implicano una devozione alla stasi, ma una dedizione a un processo aperto all'incertezza. La passione genuina, a differenza delle sue forme degradate, non è scissa da un profondo desiderio di sicurezza e prevedibilità ma è in una relazione continua e dialettica con questo desiderio. Per conservare vitali e solidi i coinvolgimenti romantici è cruciale che essi non siano così rigidi da eliminare la spontaneità, e che la spontaneità non sia così rigida da precludere il coinvolgimento.
Le proliferanti realtà del mondo esterno in cui abitiamo sono rispecchiate dalle complessità sempre più profonde della nostra autocomprensione. Vogliamo e abbiamo bisogno allo stesso tempo di molte cose diverse: affidabilità e sorpresa, avere e desiderare, conoscere e immaginare. E nelle nostre relazioni più appassionate sentiamo molte cose diverse in rapida successione: desiderio, vulnerabilità, adorazione, tradimento, odio, sofferenza, colpa e forse rinascita. Ma non è semplice determinare se la stabilità che tanto desideriamo sia realtà, illusione o delirio e se la costruzione di questi castelli ci porti fuori dalla vita o generi un mondo in cui si possa essere creata una vita più vibrante e piena di significato.
Per i delicati paradossi dell'amore romantico sono fondamentali il desiderio di stabilità e la certezza che emerge dal desiderio. L'euforia della passione romantica genera dichiarazioni di continuità e sicurezza che, se prese troppo sul serio, possono solo spegnere la libertà e la spontaneità che in un primo momento erano alla base della passione. "Verde e morente mi trattenne il tempo", dice Dylan Thomas nella poesia "Colle delle felci": verde e morente, vivo ma cangiante, in crescita e sul punto di sparire, preso nei ceppi del tempo, ma mentre canto.
L'amore romantico è un castello di sabbia per due. E' una condizione necessaria per la passione, ma non è permanente. I castelli di sabbia per due dell'amore romantico richiedono, a causa della loro natura mutevole, un'opera di continua ricostruzione. L'intimità appassionata richiede una molteplicità di legami che non possono abitare in una sistemazione singola e stabile. L'inevitabilità del continuo mutare, come la marea montante di Nietzsche, spazza via i castelli di sabbia e smentisce le aspirazioni di permanenza.
Non stupisce che il degradarsi dell'amore romantico e la segregazione dei sui diversi aspetti sia tanto comune: i capricci impliciti nella costruzione di questi castelli di sabbia ci separano dalla "terra firma", dal senso di stabilità e prevedibilità di cui abbiamo bisogno, e l'eccitazione dell'amore romantico è rimpiazzata dalle passioni delle soap opera e dai pettegolezzi sulle celebrità. La popolarità dei libri di autoaiuto sulle relazioni esprime il desiderio profondo e diffuso di una specie di Baedeker romantica, di una mappa relazionale che ci aiuti a distinguere la sabbia da materiali di costruzione più resistenti e a risolvere queste tensioni.
Ma l'amore romantico non si coltiva risolvendo le tensioni presenti in una relazione, scoprendo un segreto o cercando in tutti i modi di inventare la novità. Coltivare l'amore romantico in una relazione è un'operazione che ha bisogno di due persone che sono affascinate dai modi in cui, individualmente e insieme, generano forme di vita su cui sperano di poter contare. Implica una tolleranza della fragilità di queste speranze intrecciate di realtà e fantasie, e una comprensione di come, nella ricchezza della nostra vita, le realtà divengano spesso fantasia, e le fantasie divengano spesso realtà.
venerdì 27 luglio 2012
Diagnosi vs Relazione: avere "qualcosa" di fronte o "essere con qualcuno"?
Una collega psicologa che lavora al CSM mi cerca per parlarmi di un utente che vorrebbe affidarmi. Si tratta di un giovane diciannovenne, G., che la psicologa descrive come un caso di disturbo dell’identità sessuale. Ne parla in questi termini perché il giovane, dopo un primo colloquio con la collega, chiede di essere seguito da un uomo, adducendo motivazioni piuttosto vaghe. La psicologa aggiunge che G. ha pensieri confusi sull’oggetto della propria scelta sessuale e che si incista in fantasie deliranti a causa del consumo saltuario di sostanze psicoattive che le ha dichiarato.
Con il sottoscritto si fanno ipotesi sulla componente provocatoria con cui sta organizzando la domanda di consultazione, provocazione che la psicologa coglie emozionalmente (voler sedurre/spaventare con atteggiamenti “devianti”) ma di fronte alla quale sceglie la via della contro-provocazione rassicuratoria, dicendo a G. che anche lei ai tempi dell’adolescenza ha talvolta fumato hashish, con la conseguenza di innescare pensieri paranoici. Ironizza poi con me sul pericolo di “slatentizzare” le psicosi degli psicologi. Ci congediamo con l’ipotesi di non trattare come un dato di fatto questo presunto disturbo dell’identità sessuale (ipotesi poco esplicitata alla collega psicologa), stando piuttosto sul senso simbolico della connessione tra il qui ed ora (la proposta di rapporto di G.) ed il là ed allora (il racconto del problema).
Lavorerò con G. per 8 sedute, per poi concordarne, su richiesta dello stesso G., altre otto.
Non è la scelta dell’identità sessuale il problema del consultante. A G., come lui stesso dirà, piacciono le donne. E’ tuttavia funestato da pensieri ossessivi sull’omosessualità. G. li chiama brutti pensieri, inizialmente non riesce nemmeno a verbalizzarli. Pretende di esserne liberato. Ma questa pretesa passivizzante se stesso (c’è l’attesa medicalizzante di essere curati dal CSM), fa il paio con il contenuto di quelle fantasie ossessive: qualcuno che lo mette nel culo a qualcun altro.
Ma cos’è simbolicamente il “metterlo nel culo”, se non l’azione simmetrica di ingannare/lasciarsi ingannare; vittimizzarsi, essere in balia/violentare sadicamente? Quando recupera la dimensione simbolica, G. riesce ad associare. Sua madre è stata tradita dalla sua migliore amica, perché quest’ultima le ha rubato il marito, mettendosi con il padre di G.
Quando chiedo a G. se abbia mai parlato con i suoi della separazione, dei sui vissuti circa qualcosa che sentiva di aver subìto egli stesso, senza riempirlo di un senso, G. china la testa e piange in silenzio, come se fosse in una posizione masochistica. Quella fantasia disturbante, del resto, ha anche a che vedere con la simbolizzazione sadica del vendicarsi ritorsivamente del padre.
Con il sottoscritto si fanno ipotesi sulla componente provocatoria con cui sta organizzando la domanda di consultazione, provocazione che la psicologa coglie emozionalmente (voler sedurre/spaventare con atteggiamenti “devianti”) ma di fronte alla quale sceglie la via della contro-provocazione rassicuratoria, dicendo a G. che anche lei ai tempi dell’adolescenza ha talvolta fumato hashish, con la conseguenza di innescare pensieri paranoici. Ironizza poi con me sul pericolo di “slatentizzare” le psicosi degli psicologi. Ci congediamo con l’ipotesi di non trattare come un dato di fatto questo presunto disturbo dell’identità sessuale (ipotesi poco esplicitata alla collega psicologa), stando piuttosto sul senso simbolico della connessione tra il qui ed ora (la proposta di rapporto di G.) ed il là ed allora (il racconto del problema).
Lavorerò con G. per 8 sedute, per poi concordarne, su richiesta dello stesso G., altre otto.
Non è la scelta dell’identità sessuale il problema del consultante. A G., come lui stesso dirà, piacciono le donne. E’ tuttavia funestato da pensieri ossessivi sull’omosessualità. G. li chiama brutti pensieri, inizialmente non riesce nemmeno a verbalizzarli. Pretende di esserne liberato. Ma questa pretesa passivizzante se stesso (c’è l’attesa medicalizzante di essere curati dal CSM), fa il paio con il contenuto di quelle fantasie ossessive: qualcuno che lo mette nel culo a qualcun altro.
Ma cos’è simbolicamente il “metterlo nel culo”, se non l’azione simmetrica di ingannare/lasciarsi ingannare; vittimizzarsi, essere in balia/violentare sadicamente? Quando recupera la dimensione simbolica, G. riesce ad associare. Sua madre è stata tradita dalla sua migliore amica, perché quest’ultima le ha rubato il marito, mettendosi con il padre di G.
Quando chiedo a G. se abbia mai parlato con i suoi della separazione, dei sui vissuti circa qualcosa che sentiva di aver subìto egli stesso, senza riempirlo di un senso, G. china la testa e piange in silenzio, come se fosse in una posizione masochistica. Quella fantasia disturbante, del resto, ha anche a che vedere con la simbolizzazione sadica del vendicarsi ritorsivamente del padre.
martedì 10 luglio 2012
Musica e poesia
Nel 1994 avevo vent'anni. Ascoltavo rock, come oggi. E talvolta musica cantautorale di livello, purchè spruzzata di wave e velata da tinte fosche.
Era l'alba di un ventennio che al di là di ogni considerazione politica ha avviato, in Italia, un processo di decadenza culturale le cui conseguenze si faranno sentire ancora molto a lungo, negli anni a venire. Sto parlando del berlusconismo, evidentemente.
Curioso che un disco come l'eponimo dei La Crus esca proprio quell'anno zero, forse a rappresentare un ultimo rigurgito di qualità, ricercatezza, intelligenza prima della "memoria del futuro" di una desolazione che avrebbe investito anche molti fenomeni artistici nostrani.
La canzone che vi faccio ascoltare, tra l'altro, sembra l'odierno coro interiore di tante persone, al tempo che viviamo. Un crocevia che interseca aspetti depressivi con una realtà sociale e lavorativa alla deriva.
E dentro le pieghe del mondo c'è un uomo che va
con gli occhi, le gambe e le braccia che trascinano giù
e dietro la curva del cuore sogni tagliati in due
lo sguardo come un lampo che gira e ti chiede perchè
Ma che giorno è?
che rumore fa
un uomo come me?
E dove può andare se il buio lo spacca a metà?
e i nervi scoperti in un grido, no, non rispondono più
e in questo rumore quest'uomo è un soffio che se ne va
è un vento che abita dentro e ti chiede perchè
Ma che giorno è?
che rumore fa
uno come me?
Voglio andare via
via, lontano da qui
Era l'alba di un ventennio che al di là di ogni considerazione politica ha avviato, in Italia, un processo di decadenza culturale le cui conseguenze si faranno sentire ancora molto a lungo, negli anni a venire. Sto parlando del berlusconismo, evidentemente.
Curioso che un disco come l'eponimo dei La Crus esca proprio quell'anno zero, forse a rappresentare un ultimo rigurgito di qualità, ricercatezza, intelligenza prima della "memoria del futuro" di una desolazione che avrebbe investito anche molti fenomeni artistici nostrani.
La canzone che vi faccio ascoltare, tra l'altro, sembra l'odierno coro interiore di tante persone, al tempo che viviamo. Un crocevia che interseca aspetti depressivi con una realtà sociale e lavorativa alla deriva.
E dentro le pieghe del mondo c'è un uomo che va
con gli occhi, le gambe e le braccia che trascinano giù
e dietro la curva del cuore sogni tagliati in due
lo sguardo come un lampo che gira e ti chiede perchè
Ma che giorno è?
che rumore fa
un uomo come me?
E dove può andare se il buio lo spacca a metà?
e i nervi scoperti in un grido, no, non rispondono più
e in questo rumore quest'uomo è un soffio che se ne va
è un vento che abita dentro e ti chiede perchè
Ma che giorno è?
che rumore fa
uno come me?
Voglio andare via
via, lontano da qui
lunedì 2 luglio 2012
La donna senz'abito da sposa
Torna da me in consultazione privata, dopo più di un anno di interruzione, una donna di 39 anni che attualmente vive sola. Le modalità di simbolizzare il problema, allora come oggi, sono simili. Alessandra sente di non vivere una relazione d’amore stabile. In ogni rapporto in cui si prova, forse al di là di un ri-conoscimento dell’altro, lei tende invariabilmente a prefigurarsi un esito specifico: il matrimonio.
Proviene da una famiglia del sud Italia immersa in una cultura che fatica a dialogare con alcuni dei cambiamenti del nostro tempo. Tra rabbia ed invidia la nutrita parentela di cui tale famiglia si sente parte, reciproca controlli. In loco o a distanza. I legami di sangue persistono e si rafforzano quasi univocamente per restringere l’orizzonte del visibile sui paragoni: la figlia di tizio si è sposata, caia è sistemata da tempo, sempronia è bella blindata perché guadagna molto ed è prossima a qualche lieto evento definitivo e definitorio di una identità stabile, perenne…mortifera, verrebbe da dire.
In altri termini, per i genitori e la vastitudine moltipicatoria di parenti fantasmatici della mia cliente (cugine, zie, nonne, padri minaccianti e madri luttuose ossessionate dal bianco di un certo abito…), la donna s’ha dda sposà.
In effetti ogni volta che incontra qualcuno, sulla fronte di Alessandra sembra accendersi un’insegna luminosa ad intermittenza: c’è scritto sposami! Non è difficile immaginare che il qualcuno di turno, prima o poi, si defili a gambe levate. Così come viene da pensare che ad Alessandra non freghi nulla di sposarsi sul serio se passa da un uomo all’altro alla stregua di una modella alle prese con i tanti abiti di una sfilata.
La donna, sollecitata spesso a rifletterci, è sospesa tra l’assecondare ed il volgersi reattivamente a tali fantasie, configuranti qualcuno che decide per noi. Comodo, se questo ci esenta dal confrontarci sul senso di una scelta nostra.
lunedì 7 maggio 2012
Ri-apprendere dall’esperienza: una situazione clinica al CSM di Anzio
Il caso che presento riguarda una consulenza
psicoterapeutica individuale al Centro di Salute Mentale di Anzio.
1. Il primo colloquio con Corrado
Incontro Corrado, per la prima volta, entro la cornice di
un colloquio finalizzato alla somministrazione di un MMPI. Si tratta di un
invio “interno” al Servizio. La psichiatra con cui l’uomo è in rapporto da
circa un anno, mi chiede un ulteriore accertamento diagnostico, nell’ipotesi
condivisa con lo stesso Corrado di certificarne l’inabilità al lavoro. La
cartella clinica che consulto prima del colloquio fa riferimento ad una
depressione maggiore e ad un disturbo paranoide della personalità.
Ci presentiamo e ci orientiamo su
tempi e obiettivi del colloquio. La psichiatra gli ha detto di me,
prospettandogli i motivi dell’incontro odierno.
Gli chiedo che idea si sia fatto
di questa certificazione. A quali problemi pensa che possa rispondere, ad
esempio.
Corrado, barba incolta, tuta da
ginnastica, capelli arruffati e aria stropicciata di chi è passato da un letto
al CSM senza soluzione di continuità (sono le 14.30), inizia a parlare.
Ha smesso di lavorare circa dieci anni fa, appena passati
i quaranta (oggi ne ha 52). Faceva ed in passato ha sempre fatto il
rappresentante di tessuti per tendaggi. Per conto di vari committenti-fornitori
si recava presso esercizi che a loro volta vendevano al pubblico. Gradualmente,
tra enormi difficoltà mi dice, era riuscito ad allacciare rapporti duraturi con
alcuni clienti-negozianti. Ma è sempre vissuto in una condizione di
semi-indigenza, isolato nella quotidianità e pervaso da un senso di crescente
inutilità. Ha quindi stabilito un legame di dipendenza rispetto a quelle esigue
relazioni di lavoro, comunque poco produttive sul piano di un ritorno
economico.
Nel corso degli anni i problemi
sono aumentati. Oggi, aggiunge, nessuno è più disposto ad acquistare tessuti
pregiati. La crisi economica, nella sua esperienza, ha radici ben più lontane
nel tempo. Ha quindi agìto un lungo addio, continuando a pagare le tasse pur
avendo già smesso di lavorare da qualche anno, forse nell’intuizione che la
perdita definitiva di quell’unico appiglio di realtà, seppur ormai dissimulato,
lo avrebbe privato di un’identità, del sentirsi nella categoria o nella classe,
per dirla alla Matte Blanco, degli adulti-lavoratori.
Si ritrova in quel che
ipotizziamo, al che provo ad aprire sui nessi tra quell’interruzione (vecchia
ormai di dieci anni) e l’immobilismo successivo. Nessun desiderio di
ricominciare, di riorganizzarsi, di cambiare lavoro?
Fa resistenza su questo, tende a
liquidare la questione, al che mi viene in mente di approfondire il rapporto
tra l’importanza del suo lavoro in termini di sopravvivenza/sostentamento e la
relativa commistione di piacevolezza/spiacevolezza che mi sembrava gli
attribuisse.
Corrado torna a produrre parole,
stavolta con una maggiore fluidità ed emozioni meno addomesticate. Fino a quel
momento il suo eloquio mi arrivava come qualcosa di meccanico, lento e
cantilenante, seppur stilisticamente colto e ricercato.
No, non gli è mai piaciuto fare quel
lavoro. Un ambiente, a suo dire, traboccante di opportunisti e colleghi senza
scrupoli, pronti a prevaricarti pur mostrandosi amici. Uno troppo buono
come lui si è sempre sentito un pesce fuor d’acqua nei confronti di un contesto
infestato da squali. Oggi la sua vita si trascina stancamente, non si sente più
in grado di reggere l’impegno di un lavoro. La pensione sociale gli
consentirebbe quantomeno di sopravvivere.
Nel disordine di un tempo ormai
privo di stimoli si limita a subire un significativo sfasamento del ritmo
circadiano. Mentre Corrado parla del suo confondere il giorno con la notte, dei
lunghi monologhi interiori nel silenzio circostante della solitudine, mi
vengono alla mente immagini, citazioni, aforismi che intrecciano
simmetricamente il tempo, l’uomo ed il nulla, da Friedrich Nietzsche (Quando
guardi a lungo nell’abisso anche l’abisso finisce per guardarti dentro) al
Nosferatu cinematografico di Herzog [1].
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