lunedì 23 marzo 2020

Vecchi(a)



Tra la fine degli anni 70 e l'inizio del decennio successivo ero un bambino. Durante le vacanze estive ero solito passare più di un mese in Abruzzo con i miei nonni. Poche anime in uno sperduto paese nel cuore dei monti della Laga. Mi capitava spesso di sottrarmi al rigido controllo degli adulti. Inventavo scuse che la mia vecchia, in particolare, era solita bere. Poi come potevo raggiungevo qualcuno dei pochi, giovani pastori sparsi sui bordi delle “coste”. Giù, poco fuori dal bosco di faggi, abeti e querce. Oppure su, alle pendici della montagna. Sapevano suonare i fili d’erba, zufolando magicamente. Parlavano poco o nulla, sforzandosi con generosità di farsi capire, addolcendo quel dialetto spigoloso e cantilenante, nel quale potevi scorgere assonanze al francese. Quando riuscivo a stare di più, dimenticandomi il trascorrere del tempo, raccontavano storie di streghe e lupi mannari. “Se scappi e sali le scale ti puoi salvare…”. “Ma è molto difficile, invece, sfuggire all'invidia e all'occhio cattivo”. Le streghe, si diceva, entravano nottetempo nelle stalle, intrecciando con maestria le criniere dei cavalli che al mattino i proprietari trovavano sudati e in agitazione. Si insinuavano, queste strane donne selvagge, nel cuore delle case, sottraendo i lattanti per diletto. Giocavano a lanciarseli, beffandosi forse del senso conformista della maternità, per poi rimetterli nelle culle. Figlie dimenticate e fedeli solo alla Selva, madri di un atavico desiderio di svincolarsi dalla vita comune, non avrebbero mai vissuto l'esperienza della filiazione. Nessuna discendenza dalla loro linea di sangue. Di lì, forse, quel dissacrante svago.
Quando tornavo eccitato e nervoso mia nonna mi chiamava a sé. "Hai l’occhio cattivo, oh lo fije mì. Vì qua che nonna te lo leva". Con gesti solenni prendeva un piatto da cucina per colmarlo d’acqua. Inzuppava poi due dita nell'olio e ve lo colava, recitando impercettibili formule che sembravano enormemente misteriose. Le gocce gialloverdastre quasi esplodevano a contatto con l'acqua. "Hai visto? Eccolo, eccolo".  "Che dici nonna, perché parli sotto voce"? "È un segreto, non te lo posso dire". Quando l'olio smetteva di spandersi, rimanendo compatto per una mera questione chimica, il rito terminava. Il male era vinto. E con esso la mia esuberanza. 



Ecco un ricordo d'infanzia che spesso mi sovviene. Come ora, mentre penso a cosa significhi per me "vecchio". "Vecchia", anzi. Preferisco coniugare al femminile perché donna è stata chi si è presa cura di me. Più degli uomini. Almeno per un lungo periodo della mia crescita. La nonna di cui scrivo è ancora viva. Le devo molto. Il fatto che sia riuscito a laurearmi, per esempio. Studiavo a casa sua, a pochi metri dalla facoltà di psicologia. San Lorenzo, nel cuore di quella Roma popolare che ho sempre amato fino alla commozione.

Oggi la mia vecchia è quasi novantenne, vive con la badante. Parlarci al telefono è una mezza impresa. Sente poco e ti sovrasta di parole. E' un fiume in piena che tracima fangose lamentele di acciacchi. Ma chissà quando la rivedrò, voglio farle sentire che ci sono.


Dovremmo ricordarci dei vecchi, il coronavirus pare non averceli troppo in simpatia. E nemmeno la società ossessionata dalla produttività in cui viviamo. Forse si dimentica un dato significativo. L'età media in Italia è di 44, 9 anni. Più del 35% del Paese supera i 65. Insomma, non siamo più giovani nemmeno noi e se lo siamo ancora smetteremo a breve. Senza accorgercene, perché come dice Tolstoj la vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo. 

Ho conosciuto il più importante tra i miei maestri quando era già piuttosto in là con gli anni. Psicoanalista di straordinario spessore umano e professionale, ha fatto la storia della disciplina in Italia. Privatamente, con i colleghi suoi allievi, l'ho sempre chiamato affettuosamente il Vecchio. Era il mio modo di de-mitizzarlo, di renderlo nominabile senza sentirmene schiacciato. Si capiva comunque che il modo in cui lo dicevo malcelava un grande rispetto. L'esperienza si misura in anni e quell'uomo ne aveva, ne ha da vendere. Da tramandare, anzi. Man mano ci siamo voluti bene sul serio, ovviamente senza dircelo mai apertamente.  Certe cose si capiscono, non c'è bisogno di parole. Mi inorgoglisce la sua stima nei miei riguardi. Lo considero, in senso ampio, un padre.
Mi riamane più difficile invece, dare della vecchia a mia madre. Ma per gli stessi motivi, paradossalmente. Non la vedo da tanto, se non in video-chiamata. Ne ho percepito la tristezza qualche giorno fa, tra le pieghe tonali della voce. Non me lo direbbe mai per non appesantirmi il cuore. Non è sola ma sente nostalgia, per la sua unica nipote soprattutto.
Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte, mamma. Tieniti viva, ci rivedremo presto.


Fatevi sentire, non solo per colmare i vuoti dei vostri giorni. Fatelo avendo a mente a chi sa gioire per molto meno di voi.






domenica 22 marzo 2020

Ripensare l'attesa per ricominciare da oggi. Psicoterapia in video-seduta


Il Governo italiano, dopo una politica di progressivo restringimento, ha deciso di interrompere la quasi totalità delle attività produttive. Forse sarebbe stato più logico fermare tutto dall'inizio, per poi tornare gradualmente ad aperture mirate e strategiche. D'altro canto misurarsi con una situazione del genere è quantomeno complesso. Non vogliamo polemizzare.
Come ognuno di voi, stiamo facendo i conti con le misure dettate da una contingenza che non è esagerato definire devastante. Giorni di ansia, paura, di schizofreniche oscillazioni tra l'ottimismo e la depressione. Sì, esiste anche tra gli psicologi. Momenti che invitano a mollare, a posticipare progetti che finiscono nel calderone del "quando tutto ripartirà”. Come genitori pensiamo a nostra figlia e al bimbo in arrivo, alla necessità di riorganizzazione familiare, alla fatica di ristabilire un ritmo e una cornice in una quotidianità che sembra sfumare, tra le pieghe del nervosismo e dei conflitti che ne scaturiscono. Ma pensiamo anche al lavoro portato avanti con i pazienti, provando rabbia, tristezza, frustrazione nel vederlo interrotto bruscamente.
Serve una scossa, un confronto, una spinta a volgere lo sguardo su quel che si può fare in tal senso. Ci vogliamo occupare del tempo, per non cedere all'idea che il futuro è domani, quando ogni cosa ricomincerà ad andare da sé. Non vogliamo lasciare il passo al vissuto mortifero che cancella la possibilità di incidere sulla vita.
E' successo qualcosa stamattina, una di quelle piccole cose che se "viste" possono aiutare a cambiare prospettiva. E' sbocciato un tulipano rosa in balcone, piantato mesi fa da nostra figlia Anna. 


Lo abbiamo preso come un segno; la vita ha una sua forza, riesce a imporsi di proseguire là dove noi sentiamo il principio di un abbandono. E spiazza, perturba e disconferma il vuoto verso cui, a volte, vorremmo perderci. Lo stesso che avvertiamo quando il tempo si allunga come un'ombra su giornate che ci sembra persino inutile contare. Ma il tempo non può coincidere col vuoto, perché è proprio la vita a riempirlo, al di là di noi. Possiamo restare a guardare inermi. Oppure lasciarci coinvolgere. Ri-dargli valore.
Ci siamo chiesti allora qual è il contributo che possiamo dare in un momento in cui le sensazioni di morte e di perdita rischiano di prevalere sul tornare a essere nel flusso vitale. E di fare qualcosa, nonostante tutto. Non è mai vero che "tutto è nulla", mai.
Tanti i dubbi e le incertezze ma su una cosa non c'è stato tentennamento: il desiderio di restare in rapporto con l'altro, o meglio di riscoprirlo.
Qui nasce la proposta, faticosa e allo stesso tempo intrigante, di riorganizzare il nostro lavoro usando gli strumenti tecnologici a disposizione.
Gran parte di ciò che facciamo come professionisti ha a che fare con la psicoterapia. Al momento non possiamo incontrare persone dal vivo. E' un problema comune. C'è un solo modo. Utilizzare le chiamate video.

Perché una video-seduta?

Perché è l'unico strumento attuale che consente di preservare la percezione di una vicinanza che passa dai sensi. E' vero, non ci si può più stringere la mano, recarsi presso lo Studio, pianificare lo spostamento e il ritorno. Lo spazio diventa più mentale che fisico. Ma tolto questo restano le parole, gli sguardi, le emozioni che si dipingono sul viso. Resta il calore di rivedere qualcuno con cui si sta lavorando proficuamente, entro una dimensione di reciproco e profondo affetto. In tal senso vengono alla mente i nonni che si attrezzano per stare al passo con le tecnologie, pur di “incontrare” i nipoti; oppure gli amici che vivono lontani e che in questi giorni difficili stanno sviluppando la consuetudine del video-chiamarsi.
Non è un automatismo, probabilmente per nessuno di noi. Almeno fino ad ora. Ma l'alternativa è l'isolamento progressivo, mentre tutto quello che abbiamo costruito rischia di essere disinvestito, fino ad esaurirsi. Potremmo trovarci, una volta finito questo triste periodo, a dover ricominciare da capo, con una fatica soverchiante. La proposta è, di contro, considerare il futuro a partire da ora. Non domani, dopodomani o nel cerchio rosso di un ipotetico calendario privato o governativo. Come se dovessimo rassegnarci a un "letargo" fatto di veglie angosciose e sonni di oblìo; di negazioni, resistenze e semplicistici “andrà tutto bene”. Non andrà bene se ci immergiamo in attese impotenti. Stiamo cercando di assumerci la responsabilità di dire: dipende anche da noi. Soprattutto da noi riorganizzare il presente per configurare un futuro che risponda al nostro impegno.

Chiara Panattoni e Fabrizio Casuccio



venerdì 13 marzo 2020

L'amore ai tempi del coronavirus: lettera aperta al figlio che verrà.

Caro Diego,

tra due mesi sarai dei nostri, ma nascerai nell'anno più nefasto dal dopoguerra ad oggi. Ci penso, sai, a questa strana sovrapposizione di vita e di morte. Mentre scrivo i contagi da coronavirus hanno superato i 13000 casi; i morti sono più di mille. Pare sacrilego dire, oggi, che qualcuno sta venendo al mondo; ma non voglio dimenticarmene. Non adesso.
Siamo chiusi in casa da quasi una settimana. Il tempo sembra scorrere più lentamente e l'angoscia del sospendere le proprie consuetudini, talvolta, dilaga. In quei momenti ripenso a cosa abbiamo costruito negli anni, come comunità e in qualità di uomini. Inorridisco e ripiego su me stesso. Mi domando: e tu? Tu, Fabrizio, che cosa hai fatto? Mi rispondo senza parole che ho vissuto di lavoro, di emozioni, quelle delle persone che ho incontrato e che hanno evocato, contattato, trasformato le mie. E viceversa. Una relazione psicoterapeutica può cambiarti davvero. Non sono più lo stesso di 15 anni fa e nemmeno quello di ieri. Quante storie ho vissuto. Da questo punto di vista mi sento ricco. C'ho provato, sempre, a dare il meglio. A dare una mano, a guardarmi allo specchio senza provare il ribrezzo che nutrivo per me stesso, tanti anni fa.
Sostengo, spesso con chi incontro, che non serve cambiare il mondo, perché di mondi ne esistono infiniti e ognuno di noi può fare piccole cose per i propri piccoli mondi. Eppure provo una sensazione di inadeguatezza, adesso. Di smarrimento e di vergogna. Il pianeta su cui viviamo è comunque Uno. In nome del riconoscimento dei miei limiti, o del mio egoismo, me ne sono dimenticato. Non me ne sono curato. Forse nessuno di noi se ne è davvero reso conto, proprio nell'idea di infinito. Anzi, di infinite risorse. Abbiamo continuato a depredare, a tirare dritti entro la nicchia dei propri tornaconti. Individuali, comunque, che fossimo persone, nazioni, aziende o multinazionali. Ognuno per sé, figlio mio. Ognuno per sé.
Come ora. Chiusi in casa. Ognuno per sé. Singolarità alla stregua di chi, diceva De Andrè, può "permettersi il lusso della solitudine". Me lo posso consentire, questo sì. La famiglia di cui farai parte può tenere botta. Potere Diego, potere. Quello economico, in primis. Soldi del cazzo accumulati nel corso degli anni. E distorsioni nel simbolizzarne la presunta erosione. Mi passa per la mente che se continua così ne avremo molti meno. Poi però mi ricordo di Lucia, l'ho sentita al telefono proprio ieri. Licenziata da un negozio di abbigliamento in un centro commerciale qua vicino. Dopo anni di ricerca, tre figli a carico e un ex marito poco disposto a darle un aiuto. E così via per tanti, per troppi. E' necessario, certo, stare a casa. Prendersi la responsabilità di preservare la salute, altrui e propria. Ma anche dietro al bene, come un giorno capirai, si annida il male. Ha la faccia dell'opportunismo, della demagogia, dei demiurghi della finanza. E nella fattispecie ha le sembianze di imprenditori cui non conviene tenersi dipendenti fermi, due, tre o quattro settimane che siano. Mi dispiace, ma è necessario. Ordini superiori, il decreto del Governo parla chiaro.
Chiudere tutto, sono d'accordo. Ma con quali prospettive? Se ci dimentichiamo del futuro alimentiamo la già imperante tendenza egoistica. Vivere alla giornata concerne ancora una volta l'occuparsi solo di sé.
Mi mancano le persone che non posso vedere faccia a faccia. In compenso tua sorella è maledettamente gioiosa in questi giorni. Ha l'opportunità di stare in una triade che normalmente si ricompone solo per un tempo sporadico. Mamma, papà e Anna. Mi correggo: mamma con dentro te, papà e Anna. Siamo già quattro, seppure non possiamo vedere la tua faccia. Non vediamo l'ora di conoscerti piccolo mio. Speriamo che dopo la metà di maggio, quando sarai pronto a stare in questo strano, lurido mondo, gli ospedali saranno meno vessati dall'urgenza di chi sta male. Tu rappresenti la speranza che si possa ricominciare in modo diverso. Sei l'amore ai tempi del coronavirus. Mai come in questi momenti mi sono chiesto cosa voglia dire questa parola. La più abusata e interrogata lungo il continuum che unisce arte, poesia, musica, religione, filosofia, psicologia...Amore. Un tempo mi faceva ribrezzo quasi più di me. Oggi credo che voglia dire continuare a occuparsi di qualcuno per andare in una direzione che abbia senso per la convivenza. Riguarda il pensare con cura a chi non diamo per scontato, per fare qualcosa insieme. Per andare in una direzione sostenibile. Per smettere di essere monadi, per sentire la mancanza di chi non c'è, onorandone la memoria o progettando il giorno del ricongiungimento.
Ecco, la mancanza di chi non c'è. Quando pensiamo le assenze finiamo per desiderare. E l'amore è la declinazione più alta della capacità di desiderare di non essere soli. Perché non ci bastiamo più. Questo momento storico ce lo sta mettendo davanti al muso. Re-imparare la solitudine per incontrare davvero l'altro. Lo faremo con te, figlio mio. E tu, tu, uomo che sarai, lo farai a tua volta.
E' quel che spero per te. Per il mondo che verrà.

Con amore,
papà.


martedì 23 gennaio 2018

Dio e la religiosità in psicoterapia: alcune riflessioni.

Viviamo radicati in una profonda, millenaria cultura cattolica. Asserzione banale, certo; ma lo teniamo presente quando, ad esempio, lavoriamo come psicologi? Ridurre la tematica della fede e della religiosità a questioni di poco conto è una leggerezza che può anche tradursi nella chiusura unilaterale di un rapporto psicoterapico, soprattutto se la persona che abbiamo in consulenza continua a parlarcene o ad alludervi ripetutamente.


Più o meno tutti abbiamo attraversato momenti fusionali con una rappresentazione di Dio ereditata da indottrinamenti familiari ed ecclesiastici. Siamo passati dal credere a tutto al sollevare dubbi, perplessità; sino ad interrogarci e al chiedere numi circa l'utilità dei dogmi, gli stessi che uccidono le domande con risposte che non consentono alcuna polisemia. E' così...punto.
Poi la ribellione, la rabbia giovanile che metonimicamente si sposta da un oggetto di odio all'altro, facendo di macerie e cadaveri (simbolici, si spera) l'orizzonte omogeneo del nostro sguardo.
Quello tratteggiato non è un percorso universale, ci tengo a precisarlo. Ci sono infinite declinazioni della relazione con Dio, una delle quali può prevedere il medesimo, acritico assetto. Sino alla morte. Ciò è vero soprattutto per chi, per motivi anagrafici o di posizione ideologica, non ha impattato il '68 e ne ha ignorato (o negato) le conseguenze sovversive nei riguardi dei poteri costituiti.


Eppure a ben vedere con Dio non è mai tutto scontato e, di converso: non è mai del tutto vero che si diventa atei qui in Italia. Non sono un esperto di demografia dell'ateismo, è comunque verosimilmente non credente uno scandinavo, un cinese, un olandese o un australiano. Non un italiano.
Da noi i residui di una fede rinnegata sono tracce incancellabili, perlopiù. Si intravedono nei sogni, si notano nei codici morali delle condotte, si evidenziano drammaticamente nelle dinamiche della colpa e della vergogna.
E' interessante notare che molti psicologi continuano a sposarsi, anche in chiesa. Si tratta di un dato in controtendenza. Ma non so quanti psicologi arrivino a riconoscere il peso specifico della propria parte di sé cattolica. Perché un paio di maniche è ri-conformarsi, sulla scia di una giovinezza evaporata, ad uno status quo ante. Altra cosa è guardare dentro quei resti, i residui di cui scrivevo poco più su...
In questi anni, più di dieci, di lavoro clinico, ho imparato ad avere rispetto per chi crede. Rispetto vero e profondo, perché entro la cornice della fede ho visto compiersi gesti di aiuto, di solidarietà e sostegno alle minoranze; ho visto e ascoltato persone autenticamente interessate all'altro. Ho raccolto storie commoventi dove il proprio modo di vivere Dio è stato un propulsore rilevante e centrale per lo sviluppo di individui e comunità.
Quello che pongo alla riflessione, mia e di chi legge, concerne la pericolosità del sentire il monoteismo cristiano quale dimensione puramente trascendente. L'esclusivo, univoco rapporto con chi crediamo guidi il nostro destino dall'alto, dentro un disegno, una teleologia già data a priori. Non mi soffermo sul problema intrinseco ai monoteismi, ossia il configurare chi non crede come scarto dal praescriptum, quale nemico estraneo al verbum dei. Ne conosciamo, tristemente, gli estremismi.
Preferisco un esempio concreto.
V. è un uomo che ha più di sessant'anni. Viene da me perché, a suo dire, ha "momenti di assenza". In altri termini V. soffre di stati dissociativi ripetuti, pezzi di un tempo sottratto alle relazioni ostensibili e usato per ritirarsi nel proprio mondo interno.
Spesso in quel mondo privato, silente, incomunicabile alla sua famiglia, V. cerca la "voce di Dio". Simbolizza confusivamente "Il Signore" come Colui che gli mostrerà la via, esentandolo dalla responsabilità di riprendere in mano la sua esistenza, segnata da lutti (uno dei quali traumatico e devastante) e sopratutto da errori del passato di cui continua a colpevolizzarsi. E' convinto che deve esimersi "dal fare qualcosa", dal configurare un progetto per il suo futuro, perché "Lui vede e provvede". Prega spesso, in solitudine, eppure una remota parte di sé, non più totalmente sepolta dalla difesa maniacale del diniego onnipotente, lo ha condotto in consultazione psicoterapica. Non si tratta forse di una scelta, di un'azione che contrasta con l'idea di passività che si auto-attribuisce?
Queste scissioni emozionali, di cui comincia ad avere percezione, lo incistano in una sofferenza tremenda. D'altro canto i suoi laceranti dubbi sul senso del divino e della vita non riesce a condividerli. La sua facciata ufficiale, in famiglia, è quella del Padre rigorosamente cattolico e moralista. Tra lui e i figli, per esempio, la figura di Dio è un ingombro che finisce per dividere, fino a divenire un Terzo ideale al quale egli si aggrappa per sfuggire alle incomprensioni, per tentare di imporne la venerazione o per saturare ogni discorso in cui sente divergenza dalle proprie convinzioni.
Arriva a dirmi che per lui Dio è più importante dei propri figli, allineandosi alla superiorità dell'etica religiosa con cui Soren Kierkegaard connota il sacrificio di Isacco da parte di Abramo.
In linea con quell'affermazione, seppur inconsapevolmente, racconta della visita della figlia, giovane donna che vive in Olanda. Lei vorrebbe parlargli (si scoprirà solo tempo dopo che aveva desiderio di comunicargli qualcosa di molto importante) ma lo trova davanti al televisore, a seguire il Santo Rosario. V. le chiede di aspettare qualche minuto, legittimamente, dato che sta facendo qualcosa per lui molto importante. Ma la figlia scappa via in lacrime e tronca ogni discorso...
Preso in sé l'episodio sembra un capriccio "regressivo" da adolescente (la ragazza ha ben oltre vent'anni). Il punto è che V. reitera di continuo queste mancanze di attenzione e tatto nei confronti dei propri cari, in nome di Dio.
"Avevo fame e mi avete dato da mangiare..."; "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me...". Rispondere a una domanda, umana. La domanda di una persona qualunque. Dovremmo ricordarci di questa corrispondenza immanente tra l'umano e il divino. Non sei d'accordo V.? Riconosci queste parole?
E' da qui che siamo ripartiti, e forse sta anche qui il senso profondo di una relazione psicoterapeutica. Aiutare qualcuno a cambiare mitologie disfunzionali, sino a riedificare miti più utili alla convivenza produttiva...
Pensiamo alla scissione di V., ma anche alla scissione, su un piano più ampio, tra il trascendente e l'immanente.
Immanente, da immanentem, composto dalla particella in che indica quiete e da manentem, participio passato di manere, ossia rimanere. Rimanere quieti, in qualche modo aperti all'incontro con l'altro. In filosofia l'immanenza fa riferimento a ogni realtà coessenziale con altre. Permanente in altrui e che in altrui non passa, recita una definizione antica e splendidamente "simmetrica", per dirla con Matte Blanco.
Ogni relazione duale, tra l'altro, ne rende coessenziali i due partecipanti. Ma ogni relazione per essere produttiva di "qualcosa di terzo" (una condivisione, un progetto congiunto, una riflessione posta a qualcuno che la arricchisce) deve "trascendere" la dualità, avere un vettore che ne fuoriesce.
V. aveva fatto del rapporto con Dio una questione puramente trascendente, ma racchiusa in una dualità privata e mortifera. La trascendenza non può essere duale, pena l'attorcigliarsi in un paradosso. Dio e me stesso...Dio è lassù, fuori di me...ma al contempo, dentro di me, ne sento la voce. È ciò che dice V., il quale tuttavia non si accorge di chi gli è prossimo. Eppure se riconosco la presenza divina in me (essere all'unisono con il riflesso di Dio) devo necessariamente coglierla nei miei simili. Altrimenti sono io a elevarmi, a trascendere me stesso nella "deità".
Di contro se Dio o (laicamente) le qualità umane che riconosco in me le vedo anche nell'alterità, recupero la dimensione immanente (comunitaria) che posso riconnettere a ciò che trascende. Trascendere, ossia salire al di là. Ciò che ascende al di là di noi, però, non può essere (del tutto) previsto, prescritto o già segnato dal destino...
La variabilità ci sorpassa salendo.

Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli...




domenica 27 novembre 2016

Della generosità...

Un'anziana signora, a sua volta residente  nel palazzo dove vivo, mi ferma per le scale. Sa che sono uno psicologo, vorrebbe un incontro per parlarmi di un suo grave problema. Accetto volentieri. Viene e racconta del suo ossessivo accumulare oggetti di ogni sorta, tendenza che dura da molto tempo e che di recente ha assunto proporzioni ingestibili. E' talmente incapace di separarsi da ciò che possiede al punto di non avere più spazio nemmeno per ricevere una visita. I figli, adulti, vivono altrove con le rispettive famiglie. Ma non possono andare a trovarla senza inciampare in qualcosa, muovendosi a stento tra le infinite cianfrusaglie, le buste, gli scatoloni.

Tralascio gli sviluppi della vicenda da questo punto di vista; tuttavia è interessante notare il nesso tra questa difficoltà a separarsi da ciò che si ha, cristallizzando lo scorrere del tempo, feticizzando la propria storia per tenere a bada l'angoscia della perdita, attraverso una ritenzione compulsiva, e la generosità della quale la signora continua a fregiarsi con orgoglio.
Mi dice, in relazione al proprio altruismo, che da molti anni ha adottato a distanza un bambino peruviano. Oggi quel bimbo è un ragazzo di circa 19 anni. Avevamo dei progetti per lui (lei e gli operatori dell'associazione religiosa che lo ospitano sin da piccolo), mi spiega. Andava bene a scuola e con le suore dell'istituto, finite le superiori, stavamo pensando di iscriverlo all'università. Poi che succede? Che sto ragazzo non ne vuole sapere!! Capisce, dottò? Questo vuole fare il meccanico. Ma come il meccanico??!! Co' tutti i soldi che gli ho mandato...Allora lo sa che ho fatto? Ho smesso di mandargli i soldi. E' stata una delusione.

E' chiaro qual è l'aspetto drammatico della "generosità"? In questo caso risulta addirittura paradigmatico. Tale altruismo, auto-attribuitosi dalla signora, è in realtà una cruenta modalità di far fuori il desiderio dell'altro. So io qual è il tuo bene! Non vorrai mica azzardarti a costruire una tua identità, a fondare un tuo progetto di vita!

Ho preso spunto dalla narrazione dell'episodio (anche triste, direi) non per condannare la mia vecchia vicina di casa; piuttosto per svelare rapidamente l'evidenza bi-fronte dell'altra faccia della generosità. Quella che smuove interi gruppi sociali, organizzazioni e singoli individui in nome del bene. Quel bene precostituito a modello ideale cui conformare la plasmabilità di chi spesso è debole e senza il potere di convenire su ciò che vuole. Vengono alla mente i bambini e i malati di mente senza domanda nei riguardi di trattamenti e diagnosi oggi alla moda; basti pensare a quanto di recente siano aumentate le segnalazioni, nella scuola, dei cosiddetti DSA (disturbi specifici dell'apprendimento: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia, dis...chi più ne ha più ne metta...). Attorno all'esasperazione diagnostica si muovono reti di professionisti che si inviano, tra infiniti rimbalzi, ragazzini delle cui difficoltà "nel luogo" della relazione con i contesti (scuola e famiglia, per esempio) nessuno si cura. Ridotti a individui da raddrizzare, questi sfortunati bambini finiscono nelle mani di persone che sotto il vessillo della prodigalità nascondono ben altri interessi economici.
Stesso discorso per le derive da "dispensazione farmacologica" di certa psichiatria...alla faccia di chi ha fatto della fenomenologia psichiatrica un complesso modello di ricerca e di valorizzazione della dignità e della soggettività umana.

Per incidens, tornando alla signora di cui sopra: conserva con cura le lettere che il ragazzino le scriveva (non è difficile immaginare che lo facesse forzatamente, obbligato da un adulto). Eppure dal fornire un sostegno a ciò che il giovane realmente voleva, la donna è riuscita a separarsi. Definitivamente.
Curioso infine rilevare come l'etimo di generosità coincida con quello di genere, generare, genitore. Qualcuno diceva che per quanto un figlio sia partorito, generato endogamicamente, per ri-conoscerlo davvero egli vada comunque adottato. Ad-optare, desiderare, scegliere. E desiderare e scegliere non riguarda solo noi e la nostra spinta al possesso. Concerne, necessariamente, l'alterità. O meglio: la domanda dell'altro.

sabato 12 marzo 2016

Per chi si rialza...






Overcast, the branches bare
The autumn leaves have fallen
I can hear the magpies laugh
I can't shake this melancholy
And then the clouds break
A ray of sunlight - Gloria!
As if a promise
Some strange kind of euphoria
Dark phantoms of the past
Some things are best forgotten
Like Orpheus, don't look back
Best years are waiting for you
And then the clouds break
A ray of sunlight - Gloria!
As if a promise
Some strange kind of euphoria
And in the darkness
A ray of sunlight - Gloria!
As if a promise
Some strange kind of euphoria
Euphoria
Euphoria
Euphoria





A cosa serve lo psicologo? Alcune riflessioni

Sono stata da uno psicologo tempo fa. Un'esperienza breve ma utile...poi ho smesso di andarci perché stavo meglio.

Mio figlio ci andava sì, c'è rimasto per un pò ma poi ha smesso di andare perché stava peggio.

Ecco due asserzioni, due modi complementari di connotare un percorso di consulenza psicologica. Due presunte verità che giustapposte finiscono per essere una contraddizione in termini, un paradosso logico. In realtà queste rappresentazioni rendono unicamente evidente il senso comune che le sussume. Ossia che si va dallo psicologo per attutire uno status di sofferenza; quindi per affidarsi a qualcuno che ci esima (magicamente?) dal provare angoscia, dolore, afflizione, panico...e si potrebbe continuare a lungo.
Non sto dicendo che non sia legittimo affidarsi a uno psicologo con una sintomatologia simile, sarei uno sciocco. Ma appunto, si tratta di sintomi e vissuti che necessitano di essere trattati analiticamente, cioè devono essere (ri)collocati in un percorso di attribuzione di senso. Un senso che lasci da parte le scontatezze, i consigli, le semplificazioni e le rassicurazioni. Si tratta di sviluppare, con lo psicologo, un pensiero competente, fondato su modelli di lettura complessi, sugli eventi problematici che ci hanno condotto in consultazione.


Lacan diceva che andare in analisi equivale a darsi la possibilità di ripartire, di rialzarsi e ricominciare a vivere. Ri-conoscere la contingenza di un momento critico e darsi la possibilità di trasformarlo in un'occasione.
In un'epoca edonistica, liquida, dissolta nel presentismo mass-mediaco e nella rarefazione della fiducia nei rapporti, risulta quantomeno controcorrente fare una scelta come questa. Chi cazzo me lo fa fare? Mi prendo un pò di Xanax, magari mi faccio prescrivere un antidepressivo di nuova generazione e via...ho risolto. Altro che psicologo!



Già, eppure con alcuni miei pazienti ho un rapporto che dura da anni. Sono idioti, mentecatti che si fanno raggirare? No di certo. Spesso sono donne che hanno il coraggio di guardare in faccia le loro emozioni, di guardarle e trattarle con tutto il carico di sofferenza che comporta il mettersi profondamente in discussione. Qualcuno diceva che non può esserci apprendimento senza frustrazione e poche cose sono più vere e autentiche di questa riflessione. Apprendere, sì. Apprendere un metodo per continuare a fronteggiare gli accadimenti, gli scivoloni, le contraddizioni, le docce fredde e le soddisfazioni che la vita, che la variabilità della vita continua a mettere sul nostro cammino.
Lo sanno anche gli uomini come Giuseppe, Sandro, Jacopo, Carlo...persone del presente e del mio passato di professionista i cui volti mi tornano in mente mentre scrivo. Sanno, dopo un significativo percorso psicoterapeutico, che l'importante non è ciò che hanno fatto di noi ma quel che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi (J.P. Sartre). Non si tratta di mandare a memoria una formuletta pseudo-esistenzialista. No. Si tratta di lasciarsi attraversare da una quota importante di sofferenza per traguardare ad altro: alla soggettivazione del nostro desiderare; alla connotazione progettuale di un nuovo futuro configurabile. A partire dal presente.


domenica 28 febbraio 2016

Myrath, occhio a "quelli dell'Isis"







Troppo tempo è passato dall'ultimo post e oggi non ho minutaggio sufficiente a pubblicare qualcosa di significativo. Mi andava comunque di mandare un segnale. Il blog è vivo.
Per quei pochi che leggono, tuttavia, non sono una novità le mie digressioni musicali. Eccovi i Myrath, band franco-tunisina per quel poco che ne so. Sono tamarri, simpatici e fondono con una creatività notevole metal e musica orientale.

Video meravigliosamente infantile, stupidotto e geniale al contempo. L'album in uscita in questi giorni è una sconsiderata miscela di cose apparentemente inconciliabili e proprio per questo corre, senza mai travalicarlo, sul filo sottile che separa una cafonata inenarrabile da un capolavoro.

Alla faccia dell'Isis. Tiè!

sabato 13 giugno 2015

Matteo Salvini, la pochezza della politica e i modelli familiari



Non so a quando risalga il post in oggetto. L'immagine che lo riproduce mi è arrivata tuttavia di recente, via WhatsApp. Non è difficile immaginare che l'amico che l'ha linkata voleva implicitamente provocare ilarità.
In effetti la mia prima reazione è stata quella di abbozzare un sorriso. Dopo un paio di minuti ho iniziato a pensare a uno scherzo; a un montaggio del mio amico se non a una boutade di Matteo Salvini. Dai, non è possibile che sia così stupido, mi sono detto. Qualche secondo dopo, associando la pochezza del personaggio ai contenuti ideologici del suo partito di appartenenza, ho smesso di ridere.

Questo non è affatto uno scherzo, bensì uno dei drammatici sintomi dell'impoverimento culturale del nostro tempo. Una depauperazione cui il mondo politico, anziché sottrarsi producendo cambiamenti, prende parte.

Due parole di commento forse è il caso di spenderle. Poniamoci molto semplicemente su di un piano di "qualità del pensiero". Il contenuto dello scritto di Matteo Salvini, da questo punto di vista, è imbarazzante. Il candidato leader del centro-destra trasforma una sceneggiatura cinematografica in un esempio che pare tratto dalla realtà. In psicologia questa operazione si chiama concretizzazione o reificazione, ossia la riduzione a cose concrete di istanze immateriali, intangibili, astratte.
Si potrebbe tuttavia obiettare che è solo un esempio...in fondo sulla mitologia greca le speculazioni filosofiche e psicologiche hanno costruito ulteriori mitologie e modellizzazioni più o meno fondate (chi ha detto Edipo? Bene, ci torneremo a breve).
Allora proviamo a seguire il nostro Matteo, dando anche per buono il suo ulteriore riduzionismo: quello che, azzerando quasi tutte le variabili in gioco, si concentra sul solo nesso di causa/effetto nello "spiegare" il passaggio di Anakin Skywalker al lato oscuro della Forza, tramite la nefasta educazione ricevuta da due Jedi. Entrambi maschi, è questo il punto! Due uomini, ehi! Oh! Attenzione. Eccheccazzo! C'è un limite a tutto.

Peccato che il limite qui concerne l'intelligenza di Salvini, prima ancora che le sue ristrettezze culturali. L'imbolsito Matteo non sa che la famiglia tradizionale non può iscriversi entro una dimensione "naturalistica", perché è una contingenza storicamente situata.

Il tipo prevalente di famiglia premoderna è quello che raggruppa in sé tre grandi funzioni sociali: innanzitutto quella di integrazione e socializzazione culturale di tutti i membri della parentela ad un comune sistema di leggi a cui attenersi (in cui occupa un posto preminente la religione); vi è poi la funzione economica (e di consumo) connotata da chiusura verso l'esterno e da pochissimi scambi economici; infine la funzione politica, che, comprende tanto aspetti di assistenza reciproca, che di governo e di controllo della proprietà.
Naturalmente ci sono altri tipi di famiglia, quello aristocratica-signorile, per esempio, che ha delegato il lavoro ai gradini inferiori della scala sociale, e ancora la famiglia del proletariato agricolo, che in genere è nucleare, vive ai margini della società ed è esclusa dalla produzione economica. Ma il modello di famiglia prevalente dal punto di vista culturale e strutturale è quello segmentario-patriarcale che incorpora in sé, come si è appena detto, i principali meccanismi di sussistenza e riproduzione della società come un tutto organico.
Il passaggio dalla famiglia parentale-segmentaria, chiusa e polifunzionale, alla famiglia nucleare moderna socialmente mobile e più specializzata nelle sue funzioni implica l'incontro con il mercato capitalistico (http://unilaterale.altervista.org/storia.html).

E ancora:

Ma ciò che ha determinato la completa rottura con il modello precedente è stato il passaggio dalla società industriale connotata, ancora negli anni '60, da forti tratti tradizionali a quella, molto più liberale, ma assistita degli anni '70, che ha determinato nuovi assetti comportamentali che si sono affermati specialmente nelle famiglie della classe media, in particolare a lavoro dipendente, inserite in modo più centrale nei processi di modernizzazione (ibidem).

Forse sarebbe bastato aprire un libro di storia o di sociologia, caro Matteo Salvini. Tra l'altro il nostro eroe connota come tradizionale un modello di famiglia che è contemporanea ed etero-parentale. Oggi, in epoca post-moderna, non esiste un unico modello di famiglia in occidente. Quello etero-parentale è ancora prevalente qui in Italia, certo. Ma le famiglie omosessuali aumentano vertiginosamente. E' un dato di fatto. I cambiamenti sociali esistono e la politica, come stiamo vedendo, non è in grado né di studiarli, né di prevederne le evoluzioni, né, tantomeno, di integrarli (anche) normativamente nei processi di convivenza (fare leggi adeguate ai tempi).

Spero sia chiaro che la mia presa di posizione non c'entra nulla con l'ideologia. Qui non si sta sostenendo la superiorità di una tipologia familiare su di un'altra. Quello che sto scrivendo riguarda l'inadeguatezza a comprendere la complessità, la difficoltà spaventosa nel valorizzare le diversità per provare a sostenerne una coesistenza (già in atto).

Ultimamente qualche psicoanalista pare abbia tirato dentro il complesso edipico per "richiamare all'ordine" le famiglie omosessuali. De tipo: oh, ma il padre qui non c'è. Non ce lo vorremo mica perdere! Oh! Eccheccazzo. C'è un limite a tutto.

Peccato che anche in questo caso il limite è nella testa di chi scrive. L'Edipo non c'entra nulla con la favoletta del bambino che vorrebbe sposare la mamma e far fuori il padre (quindi un padre con l'uccello tra le gambe serve, accidenti...). L'Edipo ha a che vedere con una configurazione triadica che tende a escludere la "terzità" per riprodurre una dualità fusionale, fondata sulla dinamica del possesso e sulla fantasia di una ripetitività endogamica fuori dal tempo.
Il superamento dell'Edipo deve sfociare, in altri termini, nella possibilità che i figli progettino fuori dalla famiglia di origine un qualche, configurabile, futuro relazionale (farsi una famiglia propria, di qualsiasi tipo: dall'endogamia edipica all'esogamia). Ma è evidente come la fantasia di possesso ci accompagni per tutta la vita. Basta far riferimento alla nostra gelosia. Se ne deduce che non esiste nessuna definitiva risoluzione edipica. Siamo esseri antinomici (senza scomodare per forza L'essere e il nulla di sartriana memoria), costantemente immersi nella polisemia del nostro mondo interno e nella variabilità del mondo esterno. Possesso e capacità di condivisione costituiscono i poli di un continuum sul quale non ci poniamo mai definitivamente.

Serve una funzione paterna, certo. Così come una funzione materna nella difficile arte dell'allevare un figlio. Ma si tratta, appunto, di funzioni, non di ruoli reificati. Per incidens, conosco donne che hanno due palle quadrate e uomini talmente effemminati da sembrare caricature. Così come conosco infinite configurazioni tra coppie etero (qualcuno tempo fa mi diceva in seduta: in realtà mia madre mi ha fatto da padre...e viceversa) e omosessuali. Conosco, infine, persone che un padre e/o una madre non li hanno mai avuti, entro legami di sangue. Talvolta queste assenze si sono trasformate in presenze talmente ingombranti da riempire di mitologia il proprio sentirsi vittime; in altre occasioni queste assenze hanno lasciato spazio alla costruzione di altri legami e riferimenti, nuove madri e nuovi padri riconosciuti dentro i più disparati incontri umani. 

Servirebbe, forse è il caso di sottolinearlo ancora, una funzione politica più matura e più al passo con i tempi. E una funzione psicologia altrettanto efficace.







lunedì 5 gennaio 2015

Lavorare con la disabilità

Quello che pubblico è il resoconto finale di una consulenza. Si tratta di un corso di formazione che (insieme con uno staff di colleghi) stiamo portando avanti con una importante Onlus che si occupa di disabilità.
Credo contenga alcune riflessioni che è possibile allargare a buona parte dei contesti che si occupano di persone disabili.
Vuole essere anche la testimonianza del lavoro di operatori appassionati e competenti; un'attestazione in controtendenza rispetto alle recente reputazione di tutto il cosiddetto "Terzo settore", area del privato sociale che ha subito critiche violente e indiscriminate dopo l'inchiesta "Mafia Capitale".


Ci sono due parole, due modi di dar nome a costrutti variabili che metto in rapporto al momento storico e contingente di A. Onlus e al nostro lavoro di consulenza con voi. Queste due parole sono “verità” e “solitudine”.

In uno splendido romanzo degli anni 60 del secolo scorso, “Sopra eroi e tombe”, lo scrittore argentino Ernesto Sàbato si interroga più volte, attraverso i protagonisti del libro, sul senso e sulle conseguenze inattese della verità. Dire il vero può essere distruttivo, asserisce Sàbato, perché quando crediamo di avvicinarci alla verità sulla realtà ultima dei mondi con cui entriamo in contatto, siamo spesso mossi da emozioni che ci spingono ad agire piuttosto che a pensare. Quando in preda alla rabbia diciamo qualcosa di duro e spigoloso nei confronti di qualcuno, quella è una verità? Per chi si esprime sdegnosamente lo è in quello specifico momento e in quella data situazione, forse; ma noi restiamo sempre uguali a noi stessi? Quel che è vero prima lo sentiamo altrettanto autentico a distanza di giorni o di anni? La nostra identità, ciò in cui crediamo, le più intime convinzioni sono tutti aspetti dotati di una profonda discontinuità. Ciò che reputiamo certo è in realtà variabile, sfumato e contestuale.



Ripenso alla paura di darsi riscontri che abbiamo incontrato durante il lavoro con i gruppi di quest'anno e di quello passato. Una paura che sintomaticamente produceva silenzi, come a voler nascondere quella distruttività cui si faceva riferimento nel romanzo esistenzialista di Sàbato. Chi suo malgrado si trova ridotto ad oggetto della collera, esprime ulteriormente lo scrittore, può pensare che la presunta verità dell'altro nei propri confronti sia definitiva. E' questa, probabilmente, la deriva più triste per coloro i quali scelgono una passiva vittimizzazione.
Ma se è vero che per subire la veemente stizza di qualcuno serve quantomeno credere che il potere sia solo quello che consente la violenza dell'uno sull'altro, è altrettanto vero che il nostro modo di organizzare i gruppi di lavoro con tutti gli operatori dei Centri ha cercato di valorizzare lo scambio al di là delle differenze di ruolo e di gerarchia. C'è stata, per un lungo periodo, una forte resistenza a esprimersi da parte di molti. Io credo che la difficoltà a parlare del proprio lavoro, soprattutto in rapporto a quanto ognuno degli operatori vive e agisce professionalmente con gli utenti, sia figlia di un'altra difficoltà importante: quella di rendere parlabile l'affetto nei loro confronti. Affetto che ognuno degli operatori, individualmente, privatamente, entro la propria solitudine, sente nei confronti di utenti che segue a volte da anni, se non da lustri.


Prendo ancora spunto dal romanzo di Ernesto Sàbato per sviluppare il concetto. C'è un passaggio narrativo nel quale, Martìn, uno dei personaggi chiave, entra nella boutique dove lavora Alejandra, la ragazza con cui ha una tormentata relazione. Passa dal retro per non entrare in quel “davanti” che significherebbe invadere il consueto processo di lavoro, fatto di prove, abiti, discorsi futili e vanità. Nel retro vede seduto, assorto nei suoi pensieri, un uomo che conosce, un giornalista recensore di opere teatrali, a sua volta frequentatore della boutique perché amico di Alejandra. Lo vede e si blocca, perché è come se lo guardasse per la prima volta. Non è il solito, sarcastico e pungente seduttore. Ha uno sguardo diverso, lo sguardo nudo di chi sa di essere solo. A Martìn torna in mente il discorso, condiviso con un'altra persona, sulla verità. Qual è la verità sull'uomo giornalista? Gli sembra di coglierla in quel momento, mentre lo osserva a sua insaputa. Privo delle consuete maschere che ognuno di noi in un modo o nell'altro indossa nelle varie situazioni di vita sociale, il giornalista suscita il pudore di Martìn, il quale vorrebbe rinunciare ad irrompere in quella scena perturbante e stranamente malinconica. Quando Martìn decide di farsi vedere tutto cambia repentinamente e il giornalista torna a recitare la sua stereotipale identità pubblica.
Non so se è chiaro: è molto difficile condividere quella parte della nostra identità che reputiamo profondamente nostra, privata e inviolabile. Se c'è una particolarità nell'ambito di A. Onlus è che dentro questa organizzazione quella solitudine priva di orpelli fasulli gli operatori si trovano a viverla, quotidianamente, giorno dopo giorno, con i cosiddetti “ragazzi”. E si badi bene: non è una parola così scontatamente familiare e familista come potrebbe pensare chi, come noi, viene da fuori. Non è solo un modo di appiattire differenze di età, di genere, di modi di essere degli utenti; bensì è una parola che viene sempre ammantata, da chi la pronuncia, di un affetto profondo e bonario. Tuttavia questa è una consapevolezza che noi ci siamo potuti costruire solo quando siamo venuti a visitare i tre Centri; quando vi abbiamo visto nella dimensione operativa del vostro lavoro. Personalmente, in quell'occasione, penso di aver provato quella strana quota di pudore di cui scriveva Ernesto Sabato. Il pudore che si prova quando ci si trova innanzi a una verità. Mai definitiva e mai perfettamente inquadrabile, alla stregua della realtà, eppure sì, avvicinabile. Le emozioni, se pensate, possono avvicinarci a una verità contingente.


Qualcosa di importante è cambiato quando nei gruppi di quest'anno si è smesso di dare per buono quell'affetto che gli operatori hanno lungamente considerato privato, inviolabile, indicibile, il cui pallido riflesso noi avevamo cominciato a cogliere tramite la parola “ragazzi”. Perché affetto significa anche poter dire di un utente: con lui ho delle difficoltà. Oppure: sento che non sto riuscendo ad aiutarlo, ma mi piacerebbe sapere voi che ne pensate. Cioè qualcosa è cambiato quando si è abbandonata, finalmente, la maschera dei ruoli cui aggrapparsi, spesso difensivamente. Si è cominciata a scoprire la competenza di varie figure professionali che discutono, che si mettono in gioco, che sostengono l'idea che quell'utente non è mio, tuo, dello staff psico-medico, del direttore sanitario, dell'OSS o dell'educatore, ma è qualcuno che ha un rapporto con l'organizzazione A., perché esiste una domanda di presa in carico entro le varie declinazioni del curare e del prendersi cura. In tal senso, anche a proposito della domanda delle famiglie degli utenti, si tratta di un discorso che abbiamo solo intrapreso tangenzialmente, sino ad oggi. Meriterebbe un ulteriore approfondimento.


Mi accorgo, scrivendo questo resoconto, che sto desiderando di continuare a lavorare con voi. Non so se sarà possibile. Così come non so e non sappiamo se quello che siamo riusciti a costruire insieme abbia un seguito indipendente dalla consulenza. Sarebbe bello e importante che dopo questi tre anni voi riusciste a organizzare riunioni, momenti di sospensione dalla azioni consuete dei Centri, spazi istituiti in cui sia possibile condividere esperienze di lavoro, per comprenderle ed elaborarle in vista del futuro: quello di un'organizzazione che è già in grado di proporre servizi di eccellenza. Ci avete dato testimonianza che qualcosa già si sta muovendo. Questo significherebbe anche che, seppur parzialmente, abbiamo lasciato una traccia; una piccola eredità simbolica su cui erigere ulteriori scenari. Significherebbe che abbiamo lavorato per realizzare qualcosa di vero, perché troppe volte, lo sappiamo bene, la formazione è solo un falso adempimento prescritto. Significherebbe, infine, e ci piace pensarlo, che il valore della vostra solitudine sarete in grado di utilizzarlo con gli altri.


Con grande affetto,
Fabrizio Casuccio

lunedì 15 settembre 2014

Malinconia

È la tesi della filosofia romantica, nonché del pensiero psicoanalitico a partire dal noto pessimismo freudiano: la rincorsa alla felicità è tanto illusoria quanto vacua. I latini ne avevano già intuito la mimesi concettuale con la stupidità e le sue infinite declinazioni. Risus abundat in ore stultorum. 

Oggi "le felicità" sono anche il prodotto di certa maniacalità post-moderna. Guai a non esserne intrisi, pena il sentirsi esclusi, diversi, fuori tempo e fuori luogo. Si è malati perché depressi o viceversa. Ecco allora la cura dei sorrisi, della solarità e del divertimento (banale e ad ogni costo) come antidoti all'umbratile introversione di chi azzarda un pensiero, una ipotesi, una lettura di ciò che accade intorno a noi. Meglio scivolare sul mondo senza porsi una domanda, senza indugiare su un dubbio, senza mai appellarsi a una qualsiasi costruzione di senso rispetto al vivere.


E' forse utile ricordare che la parola melanconia precede, soprattutto concettualmente, la deriva psichiatrizzante e spregiativa della dimensione depressiva. Se è vero che per Aristotele mèlaina cholé (bile nera) è primariamente una malattia, è altrettanto fulgida l'idea che essa rappresenti lo status che consente all'uomo di accendere la scintilla del genio. I grandi poemi greci si fondano sull'indomabilità di un'erranza perennemente malinconica, di una ricerca tragicamente sospesa tra l'essere e il divenire...senza mai giungere a un equilibrio, a un appagamento, a una fine.

La qualità del pensiero di alcune delle persone più intelligenti che mi è capitato di incontrare, in linea con quello che ci rivela Paolo Pinelli (Elogio della malinconia, FrancoAngeli 2008), è caratterizzata da uno sfondo di tipo malinconico; da una divergenza ironica che poco o nulla ha a che vedere con la vaghezza superficiale e indefinibile dell'essere felici.

Ma pensiamo anche ai prodotti artistici più significativi nel campo del cinema, della letteratura, della musica, della pittura di ogni epoca. Essi non rimandano affatto alla felicità, ma all'inquietudine dell'ambiguo e del perturbante; a ciò che è in grado di scuotere nel profondo le nostre (poche) certezze.













The god of man is a failure
Our fortress is burning against the grain of the shattered sky

Charred birds escape from the ruins

And return as cascading blood

Dying bloodbirds pooling, feeding the flood
The god of man is a failure.
And all of our shadows
Are ashes against the grain



sabato 28 giugno 2014

Dentro la violenza su una donna

G. arriva nel mio Studio preceduta da un ampio, strano sorriso. Si muove velocemente e anche le sue parole corrono via...sino a sfuggire all'orecchio di chi ascolta. Ha 24 anni e lavora in un bar.
Quando le chiedo cosa la porti da me un'ombra pesante cala sul suo volto. Siede di sbieco, un po' come Lilli Gruber ai tempi del Tg1. Pochi secondi dopo i suoi grandi occhi azzurri sono pieni di lacrime. Gira, frase dopo frase, attorno a una questione che mi appare sempre più allarmante.

Ma questi maltrattamenti di cui parla si fermano alle parole o c'è dell'altro?

Le sua resistenza crolla come un fragile muro di carta. La vergogna che prova con i vicini e le persone più care viene meno di fronte all'estraneità che rappresento. Gira il collo mostrandomi i lividi sulla mandibola. E' stato il suo compagno. La cosa va avanti da anni.
C'è una storia familiare su cui poggia l'attuale "coazione a ripetere". Piccoli e grandi traumi in una spirale di incuria, maltrattamenti e violenze domestiche reiterate. Un tempo era il padre di G. a picchiare la moglie, madre di quattro figli di cui G. è la terzogenita. Non avrei mai pensato di finire come mia madre, era l'ultima cosa che avrei voluto...e invece...
E' disturbante vedere quei segni. Segmentano brutalmente la gradevolezza del suo incarnato ma più di tutto deturpano un qualsiasi senso. Quale motivo ha di esistere un rapporto fondato sulla perversione dello stare insieme per amarsi? Provo una rabbia profonda e al contempo una strana rassegnazione, come se le emozioni prevalenti di quei momenti di impotenza e ferocia, tra vittima e carnefice, mi fossero saltate dentro.
Mi guardo bene dall'agirle e le tengo a mente come tracce su cui ricostruire e restituire qualcosa.

C'è un primo dato inquietante nella vicenda tra G. e il suo compagno-persecutore.

Lei si è fatta gradualmente spogliare di qualsiasi aspetto privato. Se ne rende conto G.? Non ha tenuto più nulla per sè, azzerando la differenza tra ciò che è pubblico e ciò che, in alcuni casi, deve rimanere privato. Il suo compagno sa tutto di lei, perché lei in nome della "sincerità" è diventata trasparente, senza pelle, senza confini, senza aver posto un limite tra mondo interno e mondo esterno.

Questa ossessione per la trasparenza è divenuta col tempo una sorta di Panopticon reciproco. E quando la ricerca della verità diventa controllo assoluto il passo successivo è accaparrarsi un potere di vita o di morte nei confronti dell'altro. Pretese di raccontarsi tutto, di sapere tutto, anche del passato e del sesso con altre persone, per riempirsi di emozioni che combinano pericolosamente il dolore (di sapere cose indicibili) con il piacere voyeuristico.
Pur di non perderlo, G. ha perdonato (senza un lavoro di lutto) ogni cosa al suo uomo. Narcisista sino alla patologia, con tratti anti-sociali, questa persona ha continuato a usarla, a mentirle ma anche a nutrirla di cose alle quali G. era avvezza. Come la concezione che gli uomini amano ferendo e svilendo e che forse arriverà una donna che li cambierà fino a redimerli. Quello che sua madre, agli occhi di G., non era stata capace di fare (i suoi genitori si sono separati quando era ancora una bambina).

C'è un secondo dato inquietante nella vicenda tra G. e il suo compagno-persecutore. E' un dato ricavato dalla pazienza di non agire contro-transferalmente, schierandomi dalla parte della mia paziente come un salvatore.

La persona con cui lei continua a stare in rapporto ha un problema molto grave. Lei non può cambiarlo...non si possono cambiare le persone. Possiamo cambiare le relazioni. Ma posto che A. potrebbe forse essere aiutato a valle di una denuncia alle forze dell'ordine, c'è una quota importante di corresponsabilità, tuttavia. Cosa la spinge a restargli accanto?

Non lo so...

Non lo sa o non riesce a dirlo? Sembra incerta, come se non trovasse le parole per dirlo ma ce le avesse nascoste da qualche parte. Provi a pensarci.

...

...

E' che non potrei sopportare di vederlo con un'altra donna. Penso che ne morirei...

Ci sono volute tre sedute per arrivare a questa importante ammissione. G. mi dirà poi che tutto sarebbe più facile se lei potesse innamorarsi per prima di qualcun altro. E' forse nella drammatica necessità di una continuità mortifera del possesso che sarà possibile, nel corso del lavoro, ricavare una discontinuità, un lutto nel ricomporre una solitudine finalmente sicura e non più abbandonica. C'è ancora molto passato nel presente di G. Un passato di bambina il cui padre se ne va da un'altra donna, inseguito rabbiosamente dalla moglie e dai fratelli adolescenti della mia paziente, a sua volta trascinata direttamente sulla scena dello svelamento extra-coniugale.

Forse è inutile sottolineare come ad oggi G. non abbia alcuna intenzione di denunciare il compagno. Credo che spingere in quella direzione, da parte mia, sia comunque inutile e controproducente. Perché, ancora una volta, sarebbe un gesto senza la "capacità negativa" di sostare nell'incertezza di un'elaborazione luttuosa.





lunedì 16 giugno 2014

Canzone del momento...



Germ - Blue as the Sky, Powerful as the Waves (2013)


Non lo scopro di certo io. Oggi su youtube è possibile trovare qualsiasi cosa. Inclusa musica che negli anni novanta potevi procurarti solo con strumenti parecchio più complessi. Non ultima una considerevole quantità di soldi, qualora si era appassionati come me...

Mi sono imbattuto quasi per caso in questa band, uno dei tanti progetti dell'australiano Tim Yatras. Non sempre il cosiddetto post-black metal si sposa bene con lo shoegaze, ma in questo caso pare di sì...

Il pezzo è bello e l'album (Grief) pure. Buon ascolto.

giovedì 12 giugno 2014

Nel nome del padre...

Lo ricordo mentre da bambino ne avvertivo la presenza silenziosa: noi due nella stessa stanza, lui assorto nel lavoro domenicale che anche allora portava a casa; io riverso sul mio trenino elettrico. Sentivo il suo sguardo abbandonare i fogli colmi di appunti per posarsi sulle mie spalle, come una mano invisibile di cui percepisci il calore.
Sullo sfondo una musica che ti rovistava nell'anima, prima che nella mente, consentendoti di accostare, forse per la prima volta, emozioni contrastanti, ambigue e mutevoli. Dalla fascinazione alla paura e viceversa. Poi la malinconia e quel velo di strana, triste speranza. Erano i Pink Floyd di Julia Dream e di Time e di Shine on You Crazy Diamond; di Wish You Were Here e di One of These Days.

Poi li ho odiati di un amore profondo i Pink Floyd. Come si odia d'amore un padre quando hai 16 anni.

Lo ricordo che mi trascinava al cinema con lui, quando cinema significava ancora poter rivedere un film dopo un paio di lustri o più...Oggi se non muovi il culo entro una settimana ti tocca scaricarlo e vedertelo a casa. Comodo, sì, ma terribilmente privo sia di pathos che dell'odore strano delle seggiole di legno scuro...chissà quanti culi hanno preceduto il mio, pensavo a volte nella penombra. Magari quello di una bella donna...o quello ossuto e piatto di un vecchio qualunque. A sei anni avevo visto Duemilaunoodisseanellospazio almeno quattro volte. A quell'età non sai nemmeno che cazzo voglia dire duemilaunoodisseanellospazio. Ti sembra solo qualcosa da mandare a memoria tipo una filastrocca. Ma poi ti perdi un pò nell'infinito oltre Giove anche tu...a inseguire l'angoscia dell'ignoto...per poi rimuginare su cosa fosse quella roba colorata che mangiavano gli astronauti mentre parlavano con HAL (9000).  A sei anni HAL è solo AL, come una preposizione articolata che precede un qualche posto, o al (AL...) limite come Al Capone. Insomma ci devi mettere affianco qualcos'altro.
A sei anni ti viene in mente che forse chi ha fatto il film ne sappia su Dio molto più di te e molto, molto più di quelli che ti dicono che sta in cielo con la barba. Col cazzo...! Dio è un bellissimo, freddo, liscio monolito nero. E non sta in cielo, poveri illusi!!! Sta oltre...tra le stelle. E io le ho viste le stelle. Con mio padre.

Ricordo che alle mie domande su Dio rispondeva con quella vaghezza che non fa rima con trascuratezza. Non è che se ne fregasse, anzi. Era più un modo di lasciare spazio alla mia immaginazione, dandomi spunti per pensarci e guardandomi con occhi bonari.

Poi tempo fa ricordavo che era sparito, inghiottito dal lavoro, dalle frustrazioni, dalle sigarette e da qualche sogno di andare altrove. Forse l'aveva capito che questo paese sarebbe diventato una merda o forse sentiva quella che qualcuno chiama la mancanza della mancanza...Chissà. Fatto sta che come molti figli adolescenti l'ho odiato di un amore cieco e l'ho amato di un odio irremovibile.
Tempo fa ricordavo che mi stava sui coglioni. Poi sono cresciuto e ho provato a fare quello che non fai a sedici anni, perchè il tuo ruolo di adolescente in qualche modo te lo impone...Tra l'altro qualcuno una volta mi disse che l'adolescenza è solo non avere un posto dove andare a scopare...perchè prova a dirlo a uno di sedici anni che lavora in un'officina meccanica che è un adolescente e vedi se non ti sputa in un occhio o non ti tira dietro una chiave inglese.
Ma qualcun altro ha detto che l'adolescenza esiste e tu a sedici anni, se non hai una casa dove portarti una ragazza, l'adolescente lo devi fare. Un pò come il militare di una volta. Per incidens ho fatto anche quello. Nei vigili del fuoco. A Roma. Grazie allo zio dell'amica della nonna di nonsochicazzo. E' stata la prima e l'ultima volta che mi sono fatto raccomandare.

Dicevo: ricordavo che mi stava sui coglioni. Oggi ho quarant'anni. E a quarant'anni capisci meglio il senso dell'ambiguità e delle sfumature. E ti chiedi anche: perchè quella volta non sono andato io da lui invece di sbattere la porta della cameretta come un cretino?

Prima che morisse di cancro, prima che il medico X lo trattasse come un protocollo, ci siamo silenziosamente perdonati molte cose. Quella mano invisibile di cui scrivevo molto più su ce la siamo reciprocamente appoggiata su una spalla. Ho visto la paura nei suoi occhi mentre sapeva che se ne sarebbe andato presto...e poi quel sorriso di triste speranza come una vecchia canzone degli Alcest.

Quello sguardo me lo porto dentro e lo ricordo ogni giorno...A volte mi sembra di vederlo negli occhi di qualche persona che mi siede di fronte, in seduta...E quando piove e corro da solo, guardo il cielo...e oltre, per ricordarmi le stelle che guardavamo insieme in duemilaunoodisseanellospazio.

giovedì 29 maggio 2014

In hoc apparuit caritas dei

Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?”, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: “io vivo perché vivo”…e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, “perché operi le tue opere?”, se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: “io opero perché opero”, e se tu gli chiedessi “perché vivi?”, risponderebbe: “non lo so, ma vivo volentieri!”

martedì 31 dicembre 2013

Qualche aggiornamento

Il blog è vivo, nonostante la mia latitanza e gli eventi che l'hanno determinata. Molte cose sono cambiate nella mia vita, alcune delle quali drammaticamente.
Qualcosa di bello è comunque accaduto. Sono diventato ufficialmente uno psicoterapeuta. La mia tesi di specializzazione è stata pubblicata sulla Rivista di psicologia clinica, sezione "Quaderni della rivista".

E' possibile consultarla, previa registrazione, a questo indirizzo: http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni

Auguri di buon anno a tutti. A presto, Fabrizio

giovedì 2 maggio 2013

La ludopatia e le dipendenze da gioco d’azzardo


Il termine “ludopatia” (da lùdus, gioco e da pathos, malattia) si riferisce alla dipendenza da gioco d’azzardo. Si tratta, da un punto di vista terminologico, di un neologismo, coniato recentemente nell’ottica di medicalizzare [1] uno dei più preoccupanti e recenti fenomeni psico-sociali del nostro tempo.
In realtà la nosografia psichiatrica si è da tempo espressa circa le cosiddette dipendenze patologiche. Le classificazioni, tuttavia, continuano a proliferare in linea con il trend attuale dell’abbassamento delle soglie problematiche. Oggi l’etichetta “dipendenze” non include soltanto l’abuso di sostanze psicoattive, ma arriva a inglobare tutta una serie di comportamenti “morbosi” che rientrano nello spettro dei “disturbi del controllo degli impulsi”. Il comune denominatore di tali disturbi consisterebbe nell'incapacità di resistere a un impulso, a un bisogno impellente, alla tentazione di agire pericolosamente, sentendosi mossi da una eccitante tensione che persiste sino alla scarica dell'atto consumatorio. La gratificazione e il sollievo del momento, tuttavia, sfumano rapidamente, lasciando il soggetto in uno stato di rimorso, auto-riprovazione, senso di colpa.


Le dipendenze si allargano a macchia d’olio. I rapporti con Internet, con lo shopping (compulsivo), con il cellulare, con il sesso, con il lavoro e, per l’appunto, con il gioco d’azzardo, vanno ad alimentare questa tendenza a “costruire” nuove malattie.
Il punto è: si è in grado di curarle? Evidentemente no, perché il modello psichiatrico non è equiparabile al modello medico. Non si guarisce dall'acquistare troppi vestiti o dallo sperperare denaro in gratta e vinci. Nemmeno con gli psico-farmaci.
Che fare allora, considerando che chi vive questi problemi non sembra avere alcuna intenzione di curarsi? E’ piuttosto raro che ci si rivolga a professionisti psicologi con una domanda d’aiuto diretta. Già nel 1920 Freud sosteneva che “nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere” [2]. Piacere e auto-distruzione si intrecciano sino al parossismo nelle dinamiche del gioco d’azzardo patologico. Così si può andare avanti per anni, perpetrando quello che diventa un rituale di evocazione magica e di sfida, di seduzione e rabbia persecutoria nei confronti della “dea bendata”, senza rendersi conto della gravità della situazione. E’ solo quando si tocca il fondo, quando si arriva ad attingere di nascosto al denaro dei familiari, quando si distrugge l’affetto e la fiducia dei propri cari che qualcuno prova a dire basta. E quel qualcuno, comunque, non è la persona “ludopatica” (è una rara eventualità). Si tratta, per l’appunto, di famiglie esasperate dall’impotenza (nel non chiedere aiuto) e dall’onnipotenza (nel non smettere mai di giocare, sino a negare i dati di una realtà sempre più disperante) di chi manda in rovina la convivenza.
Già, perché è di questo che si tratta. Le “ludopatie” distruggono la capacità di convivere entro sistemi sociali, quali la famiglia, fondati sulla fiducia e sulla reciprocità nel condividere. Lo psicoanalista e psicosociologo Renzo Carli definisce “collusione” la simbolizzazione affettiva del contesto da parte di chi a quel contesto partecipa [3].

La collusione, quindi, è un processo di socializzazione delle emozioni, che proviene dalla condivisione emozionale di situazioni contestuali. La collusione, in altri termini, è il tramite emozionale che fonda e organizza la costruzione delle relazioni sociali, grazie alle emozioni condivise (pag. 11) [4].

Colludere, fuori dall’aspetto illecito e clandestino che il senso comune gli attribuisce, significa, per esempio, simbolizzare reciprocamente come “amico” il contesto familiare. E’ il “giocare insieme” (etimologicamente è da cum e ludere) entro le regole di una convivenza produttiva. Date queste premesse si capisce allora come le ludopatie possano considerarsi alla stregua di “colludopatie”, ossia modi di rompere assetti relazionali che si reggono sull’assunto che “va tutto bene, a meno che…”. Il gioco d’azzardo patologico porta con sé la perdita della capacità di condividere le risorse della famiglia. I propri congiunti non sono più, agli occhi del giocatore, persone con cui scambiare fiducia ed emozioni. Non ci si premura più di costruire percorsi e progetti di vita comune. Nella spirale di una spinta al possesso che genera solo impoverimento, l’altro che ci è vicino diventa colui al quale sottrarre il tramite per accedere all’ennesima scommessa. Quel tramite è evidentemente il denaro faticosamente guadagnato con il lavoro. Denaro quale simbolo della possibilità di rimandare una soddisfazione, di scegliere il cosa, il come e il quando nell’ottica di realizzare qualcosa con qualcuno. Ecco che allora l’aspetto più devastante delle dipendenze da gioco assume connotati sociali difficilmente ignorabili e con conseguenze devastanti.



Le vie, le strade di quartiere della nostra e delle altre città italiane si riempiono di luccicanti insegne luminose, di pannelli che oscurano gli interni di sale giochi dove il tempo deve rimanere immobile. La netta separazione tra il dentro e il fuori è funzionale a perdere la percezione dello scorrere della vita. Dentro, tra le macchinette mangiasoldi, le luci e gli “allegri” jingle musicali cancellano quel che succede fuori. Non importa che siano le 10 del mattino o le 11 di sera. Tutto deve susseguirsi ciclicamente, come in un’alienante catena di “(s)montaggio”. Quel che si disfa è la possibilità di scegliersi un futuro, di configurarlo entro gradi di libertà.
Crisi economica, anomia, mancanza di riferimenti..., uno Stato che da un lato condanna e dall’altro incentiva la degenerante cultura della scommessa, senza contare la longa manus della malavita organizzata, ormai saldamente introdotta nel controllo delle sale da gioco clandestine.
La cornice in cui si manifesta l’inquietante fenomeno che stiamo analizzando non lascerebbe speranze.
Eppure è proprio nei momenti di profonda crisi che si può attingere a risorse motivazionali inattese. Albert Einstein ci ricorda che chi attribuisce alla crisi i propri fallimenti, finisce per violentare il suo stesso talento, dando più valore ai problemi che alle soluzioni possibili. La vera crisi, ci ricorda lo scienziato di Ulma, è la crisi dell’incompetenza.
Incompetenza come senso di impotenza, come pretesa di una routine immutabile cui aderire.

Il Poliambulatorio Iris (via dei Castani 236 - Roma), attraverso il servizio di psicologia che chi scrive organizza nel contesto, si propone di intercettare e di trattare le domande di aiuto, in primis quelle provenienti dalle famiglie di persone ludopatiche. L’idea è quella di istituire un gruppo per discuterne insieme, per sentirsi meno soli, per attivare possibilità di cambiamento entro una rete sociale che fornisca anche riferimenti giuridici (l’ipotesi di interdizione, per esempio, nei confronti di un congiunto che stia causando dissesti economici) [5], informazioni sui servizi territoriali, strumenti per cominciare ad uscirne. Perché è vero che non si guarisce dalla ludopatia senza una domanda di cura, ma qualcosa per ricominciare a vivere si può fare. A partire da chi, una domanda d’intervento, ce l’ha.



Bibliografia

Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.

Foucault M. (1974), Gli Anormali, Milano: Feltrinelli, 2000

Foucault M. (1963), Nascita della clinica, Torino: Einaudi, 1969

Freud S. (1920), Al di là del principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.



[1] Per medicalizzazione si intende un processo di sconfinamento da parte di una scienza, la medicina, che va al di là dei suoi limiti: non più solo arte di guarigione del singolo o sistematizzazione di conoscenze utili per affrontare la malattia dell’individuo, bensì sviluppo pervasivo di saperi e di pratiche che a partire dal XVIII secolo incomincia ad applicarsi a problemi collettivi, storicamente non considerati di natura medica, muovendosi in direzione di una tutela su larga scala della salute del corpo sociale. Per approfondimenti si consulti Foucault: “Nascita della clinica” (1969); Gli Anormali (1999).

[2] Freud S. (1920), Al di là del principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.

[3] Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.

[4] Ibidem.

[5] Non sembri un’ipotesi cinica, perché spesso è proprio l’iniziare a fare i conti con i vincoli della realtà ad innescare una richiesta di reversibilità e quindi di cambiamento da parte di persone ludopatiche.