Caro Diego,
tra due mesi sarai dei nostri, ma nascerai nell'anno più nefasto dal dopoguerra ad oggi. Ci penso, sai, a questa strana sovrapposizione di vita e di morte. Mentre scrivo i contagi da coronavirus hanno superato i 13000 casi; i morti sono più di mille. Pare sacrilego dire, oggi, che qualcuno sta venendo al mondo; ma non voglio dimenticarmene. Non adesso.
Siamo chiusi in casa da quasi una settimana. Il tempo sembra scorrere più lentamente e l'angoscia del sospendere le proprie consuetudini, talvolta, dilaga. In quei momenti ripenso a cosa abbiamo costruito negli anni, come comunità e in qualità di uomini. Inorridisco e ripiego su me stesso. Mi domando: e tu? Tu, Fabrizio, che cosa hai fatto? Mi rispondo senza parole che ho vissuto di lavoro, di emozioni, quelle delle persone che ho incontrato e che hanno evocato, contattato, trasformato le mie. E viceversa. Una relazione psicoterapeutica può cambiarti davvero. Non sono più lo stesso di 15 anni fa e nemmeno quello di ieri. Quante storie ho vissuto. Da questo punto di vista mi sento ricco. C'ho provato, sempre, a dare il meglio. A dare una mano, a guardarmi allo specchio senza provare il ribrezzo che nutrivo per me stesso, tanti anni fa.
Sostengo, spesso con chi incontro, che non serve cambiare il mondo, perché di mondi ne esistono infiniti e ognuno di noi può fare piccole cose per i propri piccoli mondi. Eppure provo una sensazione di inadeguatezza, adesso. Di smarrimento e di vergogna. Il pianeta su cui viviamo è comunque Uno. In nome del riconoscimento dei miei limiti, o del mio egoismo, me ne sono dimenticato. Non me ne sono curato. Forse nessuno di noi se ne è davvero reso conto, proprio nell'idea di infinito. Anzi, di infinite risorse. Abbiamo continuato a depredare, a tirare dritti entro la nicchia dei propri tornaconti. Individuali, comunque, che fossimo persone, nazioni, aziende o multinazionali. Ognuno per sé, figlio mio. Ognuno per sé.
Come ora. Chiusi in casa. Ognuno per sé. Singolarità alla stregua di chi, diceva De Andrè, può "permettersi il lusso della solitudine". Me lo posso consentire, questo sì. La famiglia di cui farai parte può tenere botta. Potere Diego, potere. Quello economico, in primis. Soldi del cazzo accumulati nel corso degli anni. E distorsioni nel simbolizzarne la presunta erosione. Mi passa per la mente che se continua così ne avremo molti meno. Poi però mi ricordo di Lucia, l'ho sentita al telefono proprio ieri. Licenziata da un negozio di abbigliamento in un centro commerciale qua vicino. Dopo anni di ricerca, tre figli a carico e un ex marito poco disposto a darle un aiuto. E così via per tanti, per troppi. E' necessario, certo, stare a casa. Prendersi la responsabilità di preservare la salute, altrui e propria. Ma anche dietro al bene, come un giorno capirai, si annida il male. Ha la faccia dell'opportunismo, della demagogia, dei demiurghi della finanza. E nella fattispecie ha le sembianze di imprenditori cui non conviene tenersi dipendenti fermi, due, tre o quattro settimane che siano. Mi dispiace, ma è necessario. Ordini superiori, il decreto del Governo parla chiaro.
Chiudere tutto, sono d'accordo. Ma con quali prospettive? Se ci dimentichiamo del futuro alimentiamo la già imperante tendenza egoistica. Vivere alla giornata concerne ancora una volta l'occuparsi solo di sé.
Mi mancano le persone che non posso vedere faccia a faccia. In compenso tua sorella è maledettamente gioiosa in questi giorni. Ha l'opportunità di stare in una triade che normalmente si ricompone solo per un tempo sporadico. Mamma, papà e Anna. Mi correggo: mamma con dentro te, papà e Anna. Siamo già quattro, seppure non possiamo vedere la tua faccia. Non vediamo l'ora di conoscerti piccolo mio. Speriamo che dopo la metà di maggio, quando sarai pronto a stare in questo strano, lurido mondo, gli ospedali saranno meno vessati dall'urgenza di chi sta male. Tu rappresenti la speranza che si possa ricominciare in modo diverso. Sei l'amore ai tempi del coronavirus. Mai come in questi momenti mi sono chiesto cosa voglia dire questa parola. La più abusata e interrogata lungo il continuum che unisce arte, poesia, musica, religione, filosofia, psicologia...Amore. Un tempo mi faceva ribrezzo quasi più di me. Oggi credo che voglia dire continuare a occuparsi di qualcuno per andare in una direzione che abbia senso per la convivenza. Riguarda il pensare con cura a chi non diamo per scontato, per fare qualcosa insieme. Per andare in una direzione sostenibile. Per smettere di essere monadi, per sentire la mancanza di chi non c'è, onorandone la memoria o progettando il giorno del ricongiungimento.
Ecco, la mancanza di chi non c'è. Quando pensiamo le assenze finiamo per desiderare. E l'amore è la declinazione più alta della capacità di desiderare di non essere soli. Perché non ci bastiamo più. Questo momento storico ce lo sta mettendo davanti al muso. Re-imparare la solitudine per incontrare davvero l'altro. Lo faremo con te, figlio mio. E tu, tu, uomo che sarai, lo farai a tua volta.
E' quel che spero per te. Per il mondo che verrà.
Con amore,
papà.
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venerdì 13 marzo 2020
giovedì 12 giugno 2014
Nel nome del padre...
Lo ricordo mentre da bambino ne avvertivo la presenza silenziosa: noi due nella stessa stanza, lui assorto nel lavoro domenicale che anche allora portava a casa; io riverso sul mio trenino elettrico. Sentivo il suo sguardo abbandonare i fogli colmi di appunti per posarsi sulle mie spalle, come una mano invisibile di cui percepisci il calore.
Sullo sfondo una musica che ti rovistava nell'anima, prima che nella mente, consentendoti di accostare, forse per la prima volta, emozioni contrastanti, ambigue e mutevoli. Dalla fascinazione alla paura e viceversa. Poi la malinconia e quel velo di strana, triste speranza. Erano i Pink Floyd di Julia Dream e di Time e di Shine on You Crazy Diamond; di Wish You Were Here e di One of These Days.
Poi li ho odiati di un amore profondo i Pink Floyd. Come si odia d'amore un padre quando hai 16 anni.
Lo ricordo che mi trascinava al cinema con lui, quando cinema significava ancora poter rivedere un film dopo un paio di lustri o più...Oggi se non muovi il culo entro una settimana ti tocca scaricarlo e vedertelo a casa. Comodo, sì, ma terribilmente privo sia di pathos che dell'odore strano delle seggiole di legno scuro...chissà quanti culi hanno preceduto il mio, pensavo a volte nella penombra. Magari quello di una bella donna...o quello ossuto e piatto di un vecchio qualunque. A sei anni avevo visto Duemilaunoodisseanellospazio almeno quattro volte. A quell'età non sai nemmeno che cazzo voglia dire duemilaunoodisseanellospazio. Ti sembra solo qualcosa da mandare a memoria tipo una filastrocca. Ma poi ti perdi un pò nell'infinito oltre Giove anche tu...a inseguire l'angoscia dell'ignoto...per poi rimuginare su cosa fosse quella roba colorata che mangiavano gli astronauti mentre parlavano con HAL (9000). A sei anni HAL è solo AL, come una preposizione articolata che precede un qualche posto, o al (AL...) limite come Al Capone. Insomma ci devi mettere affianco qualcos'altro.
A sei anni ti viene in mente che forse chi ha fatto il film ne sappia su Dio molto più di te e molto, molto più di quelli che ti dicono che sta in cielo con la barba. Col cazzo...! Dio è un bellissimo, freddo, liscio monolito nero. E non sta in cielo, poveri illusi!!! Sta oltre...tra le stelle. E io le ho viste le stelle. Con mio padre.
Ricordo che alle mie domande su Dio rispondeva con quella vaghezza che non fa rima con trascuratezza. Non è che se ne fregasse, anzi. Era più un modo di lasciare spazio alla mia immaginazione, dandomi spunti per pensarci e guardandomi con occhi bonari.
Poi tempo fa ricordavo che era sparito, inghiottito dal lavoro, dalle frustrazioni, dalle sigarette e da qualche sogno di andare altrove. Forse l'aveva capito che questo paese sarebbe diventato una merda o forse sentiva quella che qualcuno chiama la mancanza della mancanza...Chissà. Fatto sta che come molti figli adolescenti l'ho odiato di un amore cieco e l'ho amato di un odio irremovibile.
Tempo fa ricordavo che mi stava sui coglioni. Poi sono cresciuto e ho provato a fare quello che non fai a sedici anni, perchè il tuo ruolo di adolescente in qualche modo te lo impone...Tra l'altro qualcuno una volta mi disse che l'adolescenza è solo non avere un posto dove andare a scopare...perchè prova a dirlo a uno di sedici anni che lavora in un'officina meccanica che è un adolescente e vedi se non ti sputa in un occhio o non ti tira dietro una chiave inglese.
Ma qualcun altro ha detto che l'adolescenza esiste e tu a sedici anni, se non hai una casa dove portarti una ragazza, l'adolescente lo devi fare. Un pò come il militare di una volta. Per incidens ho fatto anche quello. Nei vigili del fuoco. A Roma. Grazie allo zio dell'amica della nonna di nonsochicazzo. E' stata la prima e l'ultima volta che mi sono fatto raccomandare.
Dicevo: ricordavo che mi stava sui coglioni. Oggi ho quarant'anni. E a quarant'anni capisci meglio il senso dell'ambiguità e delle sfumature. E ti chiedi anche: perchè quella volta non sono andato io da lui invece di sbattere la porta della cameretta come un cretino?
Prima che morisse di cancro, prima che il medico X lo trattasse come un protocollo, ci siamo silenziosamente perdonati molte cose. Quella mano invisibile di cui scrivevo molto più su ce la siamo reciprocamente appoggiata su una spalla. Ho visto la paura nei suoi occhi mentre sapeva che se ne sarebbe andato presto...e poi quel sorriso di triste speranza come una vecchia canzone degli Alcest.
Quello sguardo me lo porto dentro e lo ricordo ogni giorno...A volte mi sembra di vederlo negli occhi di qualche persona che mi siede di fronte, in seduta...E quando piove e corro da solo, guardo il cielo...e oltre, per ricordarmi le stelle che guardavamo insieme in duemilaunoodisseanellospazio.
Sullo sfondo una musica che ti rovistava nell'anima, prima che nella mente, consentendoti di accostare, forse per la prima volta, emozioni contrastanti, ambigue e mutevoli. Dalla fascinazione alla paura e viceversa. Poi la malinconia e quel velo di strana, triste speranza. Erano i Pink Floyd di Julia Dream e di Time e di Shine on You Crazy Diamond; di Wish You Were Here e di One of These Days.
Poi li ho odiati di un amore profondo i Pink Floyd. Come si odia d'amore un padre quando hai 16 anni.
Lo ricordo che mi trascinava al cinema con lui, quando cinema significava ancora poter rivedere un film dopo un paio di lustri o più...Oggi se non muovi il culo entro una settimana ti tocca scaricarlo e vedertelo a casa. Comodo, sì, ma terribilmente privo sia di pathos che dell'odore strano delle seggiole di legno scuro...chissà quanti culi hanno preceduto il mio, pensavo a volte nella penombra. Magari quello di una bella donna...o quello ossuto e piatto di un vecchio qualunque. A sei anni avevo visto Duemilaunoodisseanellospazio almeno quattro volte. A quell'età non sai nemmeno che cazzo voglia dire duemilaunoodisseanellospazio. Ti sembra solo qualcosa da mandare a memoria tipo una filastrocca. Ma poi ti perdi un pò nell'infinito oltre Giove anche tu...a inseguire l'angoscia dell'ignoto...per poi rimuginare su cosa fosse quella roba colorata che mangiavano gli astronauti mentre parlavano con HAL (9000). A sei anni HAL è solo AL, come una preposizione articolata che precede un qualche posto, o al (AL...) limite come Al Capone. Insomma ci devi mettere affianco qualcos'altro.
A sei anni ti viene in mente che forse chi ha fatto il film ne sappia su Dio molto più di te e molto, molto più di quelli che ti dicono che sta in cielo con la barba. Col cazzo...! Dio è un bellissimo, freddo, liscio monolito nero. E non sta in cielo, poveri illusi!!! Sta oltre...tra le stelle. E io le ho viste le stelle. Con mio padre.
Ricordo che alle mie domande su Dio rispondeva con quella vaghezza che non fa rima con trascuratezza. Non è che se ne fregasse, anzi. Era più un modo di lasciare spazio alla mia immaginazione, dandomi spunti per pensarci e guardandomi con occhi bonari.
Poi tempo fa ricordavo che era sparito, inghiottito dal lavoro, dalle frustrazioni, dalle sigarette e da qualche sogno di andare altrove. Forse l'aveva capito che questo paese sarebbe diventato una merda o forse sentiva quella che qualcuno chiama la mancanza della mancanza...Chissà. Fatto sta che come molti figli adolescenti l'ho odiato di un amore cieco e l'ho amato di un odio irremovibile.
Tempo fa ricordavo che mi stava sui coglioni. Poi sono cresciuto e ho provato a fare quello che non fai a sedici anni, perchè il tuo ruolo di adolescente in qualche modo te lo impone...Tra l'altro qualcuno una volta mi disse che l'adolescenza è solo non avere un posto dove andare a scopare...perchè prova a dirlo a uno di sedici anni che lavora in un'officina meccanica che è un adolescente e vedi se non ti sputa in un occhio o non ti tira dietro una chiave inglese.
Ma qualcun altro ha detto che l'adolescenza esiste e tu a sedici anni, se non hai una casa dove portarti una ragazza, l'adolescente lo devi fare. Un pò come il militare di una volta. Per incidens ho fatto anche quello. Nei vigili del fuoco. A Roma. Grazie allo zio dell'amica della nonna di nonsochicazzo. E' stata la prima e l'ultima volta che mi sono fatto raccomandare.
Dicevo: ricordavo che mi stava sui coglioni. Oggi ho quarant'anni. E a quarant'anni capisci meglio il senso dell'ambiguità e delle sfumature. E ti chiedi anche: perchè quella volta non sono andato io da lui invece di sbattere la porta della cameretta come un cretino?
Prima che morisse di cancro, prima che il medico X lo trattasse come un protocollo, ci siamo silenziosamente perdonati molte cose. Quella mano invisibile di cui scrivevo molto più su ce la siamo reciprocamente appoggiata su una spalla. Ho visto la paura nei suoi occhi mentre sapeva che se ne sarebbe andato presto...e poi quel sorriso di triste speranza come una vecchia canzone degli Alcest.
Quello sguardo me lo porto dentro e lo ricordo ogni giorno...A volte mi sembra di vederlo negli occhi di qualche persona che mi siede di fronte, in seduta...E quando piove e corro da solo, guardo il cielo...e oltre, per ricordarmi le stelle che guardavamo insieme in duemilaunoodisseanellospazio.
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