Lo ricordo mentre da bambino ne avvertivo la presenza silenziosa: noi due nella stessa stanza, lui assorto nel lavoro domenicale che anche allora portava a casa; io riverso sul mio trenino elettrico. Sentivo il suo sguardo abbandonare i fogli colmi di appunti per posarsi sulle mie spalle, come una mano invisibile di cui percepisci il calore.
Sullo sfondo una musica che ti rovistava nell'anima, prima che nella mente, consentendoti di accostare, forse per la prima volta, emozioni contrastanti, ambigue e mutevoli. Dalla fascinazione alla paura e viceversa. Poi la malinconia e quel velo di strana, triste speranza. Erano i Pink Floyd di Julia Dream e di Time e di Shine on You Crazy Diamond; di Wish You Were Here e di One of These Days.
Poi li ho odiati di un amore profondo i Pink Floyd. Come si odia d'amore un padre quando hai 16 anni.
Lo ricordo che mi trascinava al cinema con lui, quando cinema significava ancora poter rivedere un film dopo un paio di lustri o più...Oggi se non muovi il culo entro una settimana ti tocca scaricarlo e vedertelo a casa. Comodo, sì, ma terribilmente privo sia di pathos che dell'odore strano delle seggiole di legno scuro...chissà quanti culi hanno preceduto il mio, pensavo a volte nella penombra. Magari quello di una bella donna...o quello ossuto e piatto di un vecchio qualunque. A sei anni avevo visto Duemilaunoodisseanellospazio almeno quattro volte. A quell'età non sai nemmeno che cazzo voglia dire duemilaunoodisseanellospazio. Ti sembra solo qualcosa da mandare a memoria tipo una filastrocca. Ma poi ti perdi un pò nell'infinito oltre Giove anche tu...a inseguire l'angoscia dell'ignoto...per poi rimuginare su cosa fosse quella roba colorata che mangiavano gli astronauti mentre parlavano con HAL (9000). A sei anni HAL è solo AL, come una preposizione articolata che precede un qualche posto, o al (AL...) limite come Al Capone. Insomma ci devi mettere affianco qualcos'altro.
A sei anni ti viene in mente che forse chi ha fatto il film ne sappia su Dio molto più di te e molto, molto più di quelli che ti dicono che sta in cielo con la barba. Col cazzo...! Dio è un bellissimo, freddo, liscio monolito nero. E non sta in cielo, poveri illusi!!! Sta oltre...tra le stelle. E io le ho viste le stelle. Con mio padre.
Ricordo che alle mie domande su Dio rispondeva con quella vaghezza che non fa rima con trascuratezza. Non è che se ne fregasse, anzi. Era più un modo di lasciare spazio alla mia immaginazione, dandomi spunti per pensarci e guardandomi con occhi bonari.
Poi tempo fa ricordavo che era sparito, inghiottito dal lavoro, dalle frustrazioni, dalle sigarette e da qualche sogno di andare altrove. Forse l'aveva capito che questo paese sarebbe diventato una merda o forse sentiva quella che qualcuno chiama la mancanza della mancanza...Chissà. Fatto sta che come molti figli adolescenti l'ho odiato di un amore cieco e l'ho amato di un odio irremovibile.
Tempo fa ricordavo che mi stava sui coglioni. Poi sono cresciuto e ho provato a fare quello che non fai a sedici anni, perchè il tuo ruolo di adolescente in qualche modo te lo impone...Tra l'altro qualcuno una volta mi disse che l'adolescenza è solo non avere un posto dove andare a scopare...perchè prova a dirlo a uno di sedici anni che lavora in un'officina meccanica che è un adolescente e vedi se non ti sputa in un occhio o non ti tira dietro una chiave inglese.
Ma qualcun altro ha detto che l'adolescenza esiste e tu a sedici anni, se non hai una casa dove portarti una ragazza, l'adolescente lo devi fare. Un pò come il militare di una volta. Per incidens ho fatto anche quello. Nei vigili del fuoco. A Roma. Grazie allo zio dell'amica della nonna di nonsochicazzo. E' stata la prima e l'ultima volta che mi sono fatto raccomandare.
Dicevo: ricordavo che mi stava sui coglioni. Oggi ho quarant'anni. E a quarant'anni capisci meglio il senso dell'ambiguità e delle sfumature. E ti chiedi anche: perchè quella volta non sono andato io da lui invece di sbattere la porta della cameretta come un cretino?
Prima che morisse di cancro, prima che il medico X lo trattasse come un protocollo, ci siamo silenziosamente perdonati molte cose. Quella mano invisibile di cui scrivevo molto più su ce la siamo reciprocamente appoggiata su una spalla. Ho visto la paura nei suoi occhi mentre sapeva che se ne sarebbe andato presto...e poi quel sorriso di triste speranza come una vecchia canzone degli Alcest.
Quello sguardo me lo porto dentro e lo ricordo ogni giorno...A volte mi sembra di vederlo negli occhi di qualche persona che mi siede di fronte, in seduta...E quando piove e corro da solo, guardo il cielo...e oltre, per ricordarmi le stelle che guardavamo insieme in duemilaunoodisseanellospazio.
giovedì 12 giugno 2014
giovedì 29 maggio 2014
In hoc apparuit caritas dei
Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?”, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: “io vivo perché vivo”…e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, “perché operi le tue opere?”, se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: “io opero perché opero”, e se tu gli chiedessi “perché vivi?”, risponderebbe: “non lo so, ma vivo volentieri!”
martedì 31 dicembre 2013
Qualche aggiornamento
Il blog è vivo, nonostante la mia latitanza e gli eventi che l'hanno determinata. Molte cose sono cambiate nella mia vita, alcune delle quali drammaticamente.
Qualcosa di bello è comunque accaduto. Sono diventato ufficialmente uno psicoterapeuta. La mia tesi di specializzazione è stata pubblicata sulla Rivista di psicologia clinica, sezione "Quaderni della rivista".
E' possibile consultarla, previa registrazione, a questo indirizzo: http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni
Auguri di buon anno a tutti. A presto, Fabrizio
Qualcosa di bello è comunque accaduto. Sono diventato ufficialmente uno psicoterapeuta. La mia tesi di specializzazione è stata pubblicata sulla Rivista di psicologia clinica, sezione "Quaderni della rivista".
E' possibile consultarla, previa registrazione, a questo indirizzo: http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni
Auguri di buon anno a tutti. A presto, Fabrizio
giovedì 2 maggio 2013
La ludopatia e le dipendenze da gioco d’azzardo
Il termine “ludopatia” (da lùdus, gioco e da pathos,
malattia) si riferisce alla dipendenza da gioco d’azzardo. Si tratta, da un
punto di vista terminologico, di un neologismo, coniato recentemente nell’ottica di medicalizzare [1] uno dei più preoccupanti e recenti fenomeni psico-sociali del nostro tempo.
In realtà la nosografia psichiatrica si è da tempo espressa circa le
cosiddette dipendenze patologiche. Le classificazioni, tuttavia, continuano a
proliferare in linea con il trend attuale dell’abbassamento delle soglie
problematiche. Oggi l’etichetta “dipendenze” non include soltanto l’abuso di sostanze
psicoattive, ma arriva a inglobare tutta una serie di comportamenti “morbosi”
che rientrano nello spettro dei “disturbi del controllo degli impulsi”. Il
comune denominatore di tali disturbi consisterebbe nell'incapacità di resistere
a un impulso, a un bisogno impellente, alla tentazione di agire pericolosamente,
sentendosi mossi da una eccitante tensione che persiste sino alla scarica
dell'atto consumatorio. La gratificazione e il sollievo del momento, tuttavia,
sfumano rapidamente, lasciando il soggetto in uno stato di rimorso,
auto-riprovazione, senso di colpa.
Le dipendenze si allargano a macchia d’olio. I rapporti con Internet, con
lo shopping (compulsivo), con il cellulare, con il sesso, con il lavoro e, per
l’appunto, con il gioco d’azzardo, vanno ad alimentare questa tendenza a
“costruire” nuove malattie.
Il punto è: si è in grado di curarle? Evidentemente no, perché il modello
psichiatrico non è equiparabile al modello medico. Non si guarisce
dall'acquistare troppi vestiti o dallo sperperare denaro in gratta e vinci.
Nemmeno con gli psico-farmaci.
Che fare allora, considerando che chi vive questi problemi non sembra avere
alcuna intenzione di curarsi? E’ piuttosto raro che ci si rivolga a
professionisti psicologi con una domanda d’aiuto diretta. Già nel 1920 Freud
sosteneva che “nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la
quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere” [2].
Piacere e auto-distruzione si intrecciano sino al parossismo nelle dinamiche
del gioco d’azzardo patologico. Così si può andare avanti per anni, perpetrando
quello che diventa un rituale di evocazione magica e di sfida, di seduzione e
rabbia persecutoria nei confronti della “dea bendata”, senza rendersi conto
della gravità della situazione. E’ solo quando si tocca il fondo, quando si
arriva ad attingere di nascosto al denaro dei familiari, quando si distrugge
l’affetto e la fiducia dei propri cari che qualcuno prova a dire basta. E quel
qualcuno, comunque, non è la persona “ludopatica” (è una rara eventualità). Si
tratta, per l’appunto, di famiglie esasperate dall’impotenza (nel non chiedere
aiuto) e dall’onnipotenza (nel non smettere mai di giocare, sino a negare i
dati di una realtà sempre più disperante) di chi manda in rovina la convivenza.
Già, perché è di questo che si tratta. Le “ludopatie” distruggono la
capacità di convivere entro sistemi sociali, quali la famiglia, fondati sulla
fiducia e sulla reciprocità nel condividere. Lo psicoanalista e psicosociologo
Renzo Carli definisce “collusione” la simbolizzazione affettiva del contesto da
parte di chi a quel contesto partecipa [3].
La collusione, quindi, è un processo di socializzazione
delle emozioni, che proviene dalla condivisione emozionale di situazioni
contestuali. La collusione, in altri termini, è il tramite emozionale che fonda
e organizza la costruzione delle relazioni sociali, grazie alle emozioni
condivise (pag. 11) [4].
Colludere, fuori dall’aspetto illecito e clandestino che il senso comune
gli attribuisce, significa, per esempio, simbolizzare reciprocamente come
“amico” il contesto familiare. E’ il “giocare insieme” (etimologicamente è da cum e ludere) entro le regole di una convivenza produttiva. Date queste
premesse si capisce allora come le ludopatie possano considerarsi alla stregua
di “colludopatie”, ossia modi di rompere assetti relazionali che si reggono
sull’assunto che “va tutto bene, a meno che…”. Il gioco d’azzardo patologico
porta con sé la perdita della capacità di condividere le risorse della
famiglia. I propri congiunti non sono più, agli occhi del giocatore, persone
con cui scambiare fiducia ed emozioni. Non ci si premura più di costruire
percorsi e progetti di vita comune. Nella spirale di una spinta al possesso che
genera solo impoverimento, l’altro che ci è vicino diventa colui al quale
sottrarre il tramite per accedere all’ennesima scommessa. Quel tramite è
evidentemente il denaro faticosamente guadagnato con il lavoro. Denaro quale
simbolo della possibilità di rimandare una soddisfazione, di scegliere il cosa,
il come e il quando nell’ottica di realizzare qualcosa con qualcuno. Ecco che allora
l’aspetto più devastante delle dipendenze da gioco assume connotati sociali
difficilmente ignorabili e con conseguenze devastanti.
Le vie, le strade di quartiere della nostra e delle altre città italiane si
riempiono di luccicanti insegne luminose, di pannelli che oscurano gli interni
di sale giochi dove il tempo deve
rimanere immobile. La netta separazione tra il dentro e il fuori è funzionale a
perdere la percezione dello scorrere della vita. Dentro, tra le macchinette
mangiasoldi, le luci e gli “allegri” jingle
musicali cancellano quel che succede fuori. Non importa che siano le 10 del
mattino o le 11 di sera. Tutto deve susseguirsi ciclicamente, come in
un’alienante catena di “(s)montaggio”. Quel che si disfa è la possibilità di scegliersi un
futuro, di configurarlo entro gradi di libertà.
Crisi economica, anomia, mancanza di riferimenti..., uno Stato che da un
lato condanna e dall’altro incentiva la degenerante cultura della scommessa,
senza contare la longa manus della
malavita organizzata, ormai saldamente introdotta nel controllo delle sale da
gioco clandestine.
La cornice in cui si manifesta l’inquietante fenomeno che stiamo
analizzando non lascerebbe speranze.
Eppure è proprio nei momenti di profonda crisi che si può attingere a
risorse motivazionali inattese. Albert Einstein ci ricorda che chi attribuisce
alla crisi i propri fallimenti, finisce per violentare il suo stesso talento,
dando più valore ai problemi che alle soluzioni possibili. La vera crisi, ci
ricorda lo scienziato di Ulma, è la crisi dell’incompetenza.
Incompetenza come senso di impotenza, come pretesa di una routine immutabile cui aderire.
Il Poliambulatorio Iris (via dei Castani 236 - Roma), attraverso il servizio di psicologia che chi
scrive organizza nel contesto, si propone di intercettare e di trattare le
domande di aiuto, in primis quelle provenienti dalle famiglie di persone
ludopatiche. L’idea è quella di istituire un gruppo per discuterne insieme, per
sentirsi meno soli, per attivare possibilità di cambiamento entro una rete
sociale che fornisca anche riferimenti giuridici (l’ipotesi di interdizione,
per esempio, nei confronti di un congiunto che stia causando dissesti
economici) [5], informazioni
sui servizi territoriali, strumenti per cominciare ad uscirne. Perché è vero
che non si guarisce dalla ludopatia senza una domanda di cura, ma qualcosa per
ricominciare a vivere si può fare. A partire da chi, una domanda d’intervento,
ce l’ha.
Bibliografia
Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi
della domanda. Teoria e tecnica
dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.
Foucault M. (1974), Gli Anormali,
Milano: Feltrinelli, 2000
Foucault M. (1963), Nascita della
clinica, Torino: Einaudi, 1969
Freud S. (1920), Al di là del
principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.
[1] Per medicalizzazione si intende un
processo di sconfinamento da parte di una scienza, la medicina, che va al di là
dei suoi limiti: non più solo arte di guarigione del singolo o
sistematizzazione di conoscenze utili per affrontare la malattia dell’individuo,
bensì sviluppo pervasivo di saperi e di pratiche che a partire dal XVIII secolo
incomincia ad applicarsi a problemi collettivi, storicamente non considerati di
natura medica, muovendosi in direzione di una tutela su larga scala della
salute del corpo sociale. Per approfondimenti si consulti Foucault: “Nascita
della clinica” (1969); Gli Anormali (1999).
[2] Freud S. (1920), Al di là del
principio del piacere, Torino: Bollati Boringhieri, 1977.
[3] Carli R. & Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e
tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: il Mulino.
[4] Ibidem.
[5] Non sembri un’ipotesi cinica, perché spesso è proprio l’iniziare a fare i
conti con i vincoli della realtà ad innescare una richiesta di reversibilità e
quindi di cambiamento da parte di persone ludopatiche.
mercoledì 20 marzo 2013
Malattia mentale: come occuparsene?
http://cromatismiemozionali.blogspot.it/2012/01/cronicita-etimo-storia-e-modello-medico.html
In questo vecchio post (link sopra) chi scrive gettava le basi di una riflessione sul rapporto tra cronicità e Servizi di salute mentale. Si ipotizzava che la cronicità fosse il fallimento dell'attesa di un esito. Quello di guarigione. Con tali premesse quali interventi psicologici alternativi si possono pensare? I Servizi territoriali, le agenzie non direttamente deputate a trattare la malattia mentale (scuole, organizzazioni produttive, ecc.), i luoghi di convivenza (quartieri, bar, palestre...) continuano a confrontarsi criticamente con questi problemi.
Un gruppo di psicologi, tra i quali il sottoscritto, sta provando a rispondere alla domanda di cui sopra a partire da significative esperienze formative e professionali.
La Rivista di Psicologia clinica (on line) ha pubblicato i resoconti di questi psicologi, scritti per un recente convegno (giugno 2012) su questa complessa tematica.
Questi i link. Buona lettura.
http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Cafaro_intro.pdf
http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Bonavita_etal.pdf
http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Giacchetti_etal.pdf
http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_12/pdf/Carbone_etal.pdf
martedì 15 gennaio 2013
L'occasione di un sogno...
La "povertà onirica" pare caratterizzare questo momento storico e sociale.
Pochezza onirica quale assenza di desiderio nel sogno lucido della veglia. Esiguità che alcuni psicologi riscontrano
durante le sedute e che può essere letta, simmetricamente, come sintomo di
un’incapacità, da parte nostra, di invitare qualcuno a raccontare i propri sogni.
Concretizzazione a discapito del
simbolico, cui andiamo incontro, inevitabilmente, quando resocontiamo.
Guarda caso una paziente che
incontro da circa due anni ha provato a comunicarmi qualcosa di importante,
recentemente. L’ha fatto attraverso il racconto di un sogno.
Lo riporto quindi per come mi è stato raccontato in seduta, insieme agli scambi verbali e alle costruzioni di senso
susseguenti. Inizio da una cospicua introduzione, per condividere il processo
psicoterapeutico e il momento relazionale nel quale viene a prodursi il sogno
stesso. Prima di addentrarmi, due precisazioni:
1 - considero il sogno
prospetticamente, un’occasione per riconsiderare quanto successo tra la
paziente e me, per connetterlo al presente e al futuro che si tratteggiano nell'analizzarlo
e nel condividerlo;
2 - non esiste alcuna interpretazione univoca di una produzione onirica, se ne sceglie
una (tra le infinite), per l’appunto, che serva a qualcosa.
Una rilettura del “prima” a partire da una produzione onirica
recente
Si tratta di una donna di 43 anni
che ha iniziato la consulenza con chi scrive nel 2010, seppure con un periodo
di interruzione risalente a circa un anno fa. Si era rivolta a me privatamente,
su invio di un’altra persona con cui avevo terminato il lavoro. Maria, questo
il nome (fittizio) della paziente in questione, si sentiva fortemente depressa, in una
situazione di impasse e insoddisfazione sociale e lavorativa. All'epoca viveva
con un uomo molto più in là negli anni rispetto alla sua età, con il quale, tra
l’altro, non aveva una vita sessuale soddisfacente. Ma il punto era un altro.
Si lasciava vivere in un rapporto di accondiscendenza apparente, mentre con
un’altra parte di sé cominciava a riconoscere l’angustia connessa alle pretese
e ai reiterati controlli di quest’uomo. Avvertiva cioè il peso dell’essere una
donna “di rappresentanza”, dell’obbligarsi a seguirlo nelle occasioni mondane
ed elitarie, entro la ristretta cerchia della sua fiera appartenenza massonica.
Si era lasciata andare a un consumo
di alcol sempre più frequente, forse per alleviare il disagio del sentirsi
costantemente fuori luogo, per apparire più spigliata, diluendo lo sconforto
del vedersi come l’ombra “profana” del suo esclusivista compagno. Sembrava aver
perso di vista una sua identità. Era stata sposata con un uomo che forse non aveva amato mai, per dirla
parafrasando un noto cantautore.
Dopo la fine del matrimonio aveva
smesso di lavorare (si occupava, con il titolare-marito, di uno Studio
commercialistico), oscillando tra l’essere una madre poco attenta (parole sue) e la ricerca di qualcosa che le sembrava
costantemente impalpabile. Figlia unica di un padre a sua volta alcolista e (prevalentemente) inoccupato e di una madre che talvolta esecrava per la sua
incrollabile oblatività, pareva ricalcare nelle sue relazioni, la
reciprocazione del cinismo abbandonico e della sacrificalità più indiscutibile.
Vittima e carnefice al contempo. Quando prevaleva l’identificazione con la
madre, si incastrava in relazioni con uomini persecutori, distanti e
irraggiungibili, per poi razionalizzare la tendenza a resistere stoicamente.
Giungeva quindi a disinvestire ogni aspetto della sua esistenza, demotivandosi
per poi ritirarsi sprezzantemente dai rapporti, come faceva suo padre quando
era preso dapprima da una malinconia autistica e in seguito dai fantasmi dei
suoi stordimenti rabbiosi.
venerdì 28 dicembre 2012
Un fulmine a ciel sereno
R. entra nella stanza con il
respiro affannoso, con gesti lenti chiude la porta alla sue spalle, mentre la
accolgo e la invito a sedersi. Altrettanto fiaccamente si toglie il soprabito,
rallentata dall'obesità e da una sorta di gravosa, fantasmatica ineluttabilità
che leggo nei suoi movimenti.
E’ vistosamente trasandata e
dimostra 15 anni in più di quelli che ha realmente (38).
Prima ancora che proferisca parola ho la sensazione di
avere di fronte il prototipo della perfetta donna depressa.
Le dico che abbiamo un’ora per
lavorare, invitandola a cominciare dalla prima cosa che le passa per la mente.
Mi dice che circa due settimane
prima del nostro attuale incontro il marito le ha detto di non amarla più, di
non provare più nulla nei suoi confronti. Ricorda che era il due gennaio del
corrente anno e sottolinea la sensazione di violenza di quella comunicazione,
entro un crescendo di accuse nei suoi riguardi, al termine del quale l’uomo
esce di casa sbattendo la porta. Mi colpisce la frase con cui connota il
vissuto di quel momento: è stato come un fulmine a ciel sereno.
Le chiedo quindi che fine abbia
fatto il marito, se da allora si siano parlati nuovamente o quantomeno rivisti,
al che R. chiarisce che l’uomo ha fatto ritorno alcune ore più tardi, senza
rivolgerle la parola.
Riflettiamo insieme sui nessi tra
quello che sembra un agìto provocatorio di adolescenziale memoria (l’uscire
furiosamente di casa dopo una litigata in famiglia per poi tornare facendo
l’offeso) ed il “fulmine a ciel sereno”. Ci chiediamo se quella serenità non
sia un modo per semplificare un assetto di rapporto specifico tra loro, più
prossimo al far finta che tutto andasse bene. Di solito chi provoca ha
intenzione di sovvertire il vissuto di essere schiacciato, di subire una qualche
forma di potere. Di lì quel modo violento di rovesciare la situazione a proprio
vantaggio.
In effetti R. si ritrova
nella lettura che costruiamo, mi dice che ha provato a cambiare suo
marito, (lo ripeterà più volte nel corso della seduta) perché a suo dire troppo
immaturo, a volte irresponsabile e propenso a prendere la vita con leggerezza e
sarcasmo. E si accorge di quanto poco regga la questione del fulmine a ciel
sereno quando le viene alla mente che più volte in passato, lui le abbia fatto
notare la propria trascuratezza, la scarsa attenzione che R., da molto
tempo, dedica al suo aspetto.
Ma è possibile cambiare qualcuno,
plasmarlo a propria immagine e somiglianza o secondo un modello di idealità,
senza innescare nell'altro la sensazione di essere manipolati, e quindi
aggressivamente infantilizzati?
Le chiedo quindi cos'è che le
piacesse di suo marito al tempo in cui si conobbero e R. fatica non poco
nel riconoscere che ne apprezzava proprio ciò che attualmente vorrebbe
correggere. In sintesi, il suo essere sia simpatico che canaglia. S.,
questo il nome dell’uomo, lavora come guardia giurata presso un ufficio
postale, mentre lei è addetta in un supermercato.
Quando approfondiamo la loro
attuale modalità di convivenza, a valle del “fulminante” episodio, sento il
collegamento tra quello che mi racconta ed il suo modo di presentarsi in
seduta, ammantata di una sofferenza silente ed al contempo inequivocabilmente
espressa da una sciatteria ed un’incuria pesantissime. Dice che a stento si parlano
ma che lui le appare irremovibile nel voler dar seguito a quella rottura. Ne
intuisce l’intenzione di andarsene definitivamente, da solo, con tutta
probabilità nella nuova casa dove inizialmente erano entrambi decisi a
trasferirsi. Non ci sono dialoghi, confronti tra loro, se non la ormai consueta
modalità del marito di aggredire verbalmente R., la quale da qualche tempo
vomita ripetutamente in bagno con la presenza dell’uomo in casa, entro quello
che leggo come un disperato gesto colpevolizzante.
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