domenica 28 febbraio 2016

Myrath, occhio a "quelli dell'Isis"







Troppo tempo è passato dall'ultimo post e oggi non ho minutaggio sufficiente a pubblicare qualcosa di significativo. Mi andava comunque di mandare un segnale. Il blog è vivo.
Per quei pochi che leggono, tuttavia, non sono una novità le mie digressioni musicali. Eccovi i Myrath, band franco-tunisina per quel poco che ne so. Sono tamarri, simpatici e fondono con una creatività notevole metal e musica orientale.

Video meravigliosamente infantile, stupidotto e geniale al contempo. L'album in uscita in questi giorni è una sconsiderata miscela di cose apparentemente inconciliabili e proprio per questo corre, senza mai travalicarlo, sul filo sottile che separa una cafonata inenarrabile da un capolavoro.

Alla faccia dell'Isis. Tiè!

sabato 13 giugno 2015

Matteo Salvini, la pochezza della politica e i modelli familiari



Non so a quando risalga il post in oggetto. L'immagine che lo riproduce mi è arrivata tuttavia di recente, via WhatsApp. Non è difficile immaginare che l'amico che l'ha linkata voleva implicitamente provocare ilarità.
In effetti la mia prima reazione è stata quella di abbozzare un sorriso. Dopo un paio di minuti ho iniziato a pensare a uno scherzo; a un montaggio del mio amico se non a una boutade di Matteo Salvini. Dai, non è possibile che sia così stupido, mi sono detto. Qualche secondo dopo, associando la pochezza del personaggio ai contenuti ideologici del suo partito di appartenenza, ho smesso di ridere.

Questo non è affatto uno scherzo, bensì uno dei drammatici sintomi dell'impoverimento culturale del nostro tempo. Una depauperazione cui il mondo politico, anziché sottrarsi producendo cambiamenti, prende parte.

Due parole di commento forse è il caso di spenderle. Poniamoci molto semplicemente su di un piano di "qualità del pensiero". Il contenuto dello scritto di Matteo Salvini, da questo punto di vista, è imbarazzante. Il candidato leader del centro-destra trasforma una sceneggiatura cinematografica in un esempio che pare tratto dalla realtà. In psicologia questa operazione si chiama concretizzazione o reificazione, ossia la riduzione a cose concrete di istanze immateriali, intangibili, astratte.
Si potrebbe tuttavia obiettare che è solo un esempio...in fondo sulla mitologia greca le speculazioni filosofiche e psicologiche hanno costruito ulteriori mitologie e modellizzazioni più o meno fondate (chi ha detto Edipo? Bene, ci torneremo a breve).
Allora proviamo a seguire il nostro Matteo, dando anche per buono il suo ulteriore riduzionismo: quello che, azzerando quasi tutte le variabili in gioco, si concentra sul solo nesso di causa/effetto nello "spiegare" il passaggio di Anakin Skywalker al lato oscuro della Forza, tramite la nefasta educazione ricevuta da due Jedi. Entrambi maschi, è questo il punto! Due uomini, ehi! Oh! Attenzione. Eccheccazzo! C'è un limite a tutto.

Peccato che il limite qui concerne l'intelligenza di Salvini, prima ancora che le sue ristrettezze culturali. L'imbolsito Matteo non sa che la famiglia tradizionale non può iscriversi entro una dimensione "naturalistica", perché è una contingenza storicamente situata.

Il tipo prevalente di famiglia premoderna è quello che raggruppa in sé tre grandi funzioni sociali: innanzitutto quella di integrazione e socializzazione culturale di tutti i membri della parentela ad un comune sistema di leggi a cui attenersi (in cui occupa un posto preminente la religione); vi è poi la funzione economica (e di consumo) connotata da chiusura verso l'esterno e da pochissimi scambi economici; infine la funzione politica, che, comprende tanto aspetti di assistenza reciproca, che di governo e di controllo della proprietà.
Naturalmente ci sono altri tipi di famiglia, quello aristocratica-signorile, per esempio, che ha delegato il lavoro ai gradini inferiori della scala sociale, e ancora la famiglia del proletariato agricolo, che in genere è nucleare, vive ai margini della società ed è esclusa dalla produzione economica. Ma il modello di famiglia prevalente dal punto di vista culturale e strutturale è quello segmentario-patriarcale che incorpora in sé, come si è appena detto, i principali meccanismi di sussistenza e riproduzione della società come un tutto organico.
Il passaggio dalla famiglia parentale-segmentaria, chiusa e polifunzionale, alla famiglia nucleare moderna socialmente mobile e più specializzata nelle sue funzioni implica l'incontro con il mercato capitalistico (http://unilaterale.altervista.org/storia.html).

E ancora:

Ma ciò che ha determinato la completa rottura con il modello precedente è stato il passaggio dalla società industriale connotata, ancora negli anni '60, da forti tratti tradizionali a quella, molto più liberale, ma assistita degli anni '70, che ha determinato nuovi assetti comportamentali che si sono affermati specialmente nelle famiglie della classe media, in particolare a lavoro dipendente, inserite in modo più centrale nei processi di modernizzazione (ibidem).

Forse sarebbe bastato aprire un libro di storia o di sociologia, caro Matteo Salvini. Tra l'altro il nostro eroe connota come tradizionale un modello di famiglia che è contemporanea ed etero-parentale. Oggi, in epoca post-moderna, non esiste un unico modello di famiglia in occidente. Quello etero-parentale è ancora prevalente qui in Italia, certo. Ma le famiglie omosessuali aumentano vertiginosamente. E' un dato di fatto. I cambiamenti sociali esistono e la politica, come stiamo vedendo, non è in grado né di studiarli, né di prevederne le evoluzioni, né, tantomeno, di integrarli (anche) normativamente nei processi di convivenza (fare leggi adeguate ai tempi).

Spero sia chiaro che la mia presa di posizione non c'entra nulla con l'ideologia. Qui non si sta sostenendo la superiorità di una tipologia familiare su di un'altra. Quello che sto scrivendo riguarda l'inadeguatezza a comprendere la complessità, la difficoltà spaventosa nel valorizzare le diversità per provare a sostenerne una coesistenza (già in atto).

Ultimamente qualche psicoanalista pare abbia tirato dentro il complesso edipico per "richiamare all'ordine" le famiglie omosessuali. De tipo: oh, ma il padre qui non c'è. Non ce lo vorremo mica perdere! Oh! Eccheccazzo. C'è un limite a tutto.

Peccato che anche in questo caso il limite è nella testa di chi scrive. L'Edipo non c'entra nulla con la favoletta del bambino che vorrebbe sposare la mamma e far fuori il padre (quindi un padre con l'uccello tra le gambe serve, accidenti...). L'Edipo ha a che vedere con una configurazione triadica che tende a escludere la "terzità" per riprodurre una dualità fusionale, fondata sulla dinamica del possesso e sulla fantasia di una ripetitività endogamica fuori dal tempo.
Il superamento dell'Edipo deve sfociare, in altri termini, nella possibilità che i figli progettino fuori dalla famiglia di origine un qualche, configurabile, futuro relazionale (farsi una famiglia propria, di qualsiasi tipo: dall'endogamia edipica all'esogamia). Ma è evidente come la fantasia di possesso ci accompagni per tutta la vita. Basta far riferimento alla nostra gelosia. Se ne deduce che non esiste nessuna definitiva risoluzione edipica. Siamo esseri antinomici (senza scomodare per forza L'essere e il nulla di sartriana memoria), costantemente immersi nella polisemia del nostro mondo interno e nella variabilità del mondo esterno. Possesso e capacità di condivisione costituiscono i poli di un continuum sul quale non ci poniamo mai definitivamente.

Serve una funzione paterna, certo. Così come una funzione materna nella difficile arte dell'allevare un figlio. Ma si tratta, appunto, di funzioni, non di ruoli reificati. Per incidens, conosco donne che hanno due palle quadrate e uomini talmente effemminati da sembrare caricature. Così come conosco infinite configurazioni tra coppie etero (qualcuno tempo fa mi diceva in seduta: in realtà mia madre mi ha fatto da padre...e viceversa) e omosessuali. Conosco, infine, persone che un padre e/o una madre non li hanno mai avuti, entro legami di sangue. Talvolta queste assenze si sono trasformate in presenze talmente ingombranti da riempire di mitologia il proprio sentirsi vittime; in altre occasioni queste assenze hanno lasciato spazio alla costruzione di altri legami e riferimenti, nuove madri e nuovi padri riconosciuti dentro i più disparati incontri umani. 

Servirebbe, forse è il caso di sottolinearlo ancora, una funzione politica più matura e più al passo con i tempi. E una funzione psicologia altrettanto efficace.







lunedì 5 gennaio 2015

Lavorare con la disabilità

Quello che pubblico è il resoconto finale di una consulenza. Si tratta di un corso di formazione che (insieme con uno staff di colleghi) stiamo portando avanti con una importante Onlus che si occupa di disabilità.
Credo contenga alcune riflessioni che è possibile allargare a buona parte dei contesti che si occupano di persone disabili.
Vuole essere anche la testimonianza del lavoro di operatori appassionati e competenti; un'attestazione in controtendenza rispetto alle recente reputazione di tutto il cosiddetto "Terzo settore", area del privato sociale che ha subito critiche violente e indiscriminate dopo l'inchiesta "Mafia Capitale".


Ci sono due parole, due modi di dar nome a costrutti variabili che metto in rapporto al momento storico e contingente di A. Onlus e al nostro lavoro di consulenza con voi. Queste due parole sono “verità” e “solitudine”.

In uno splendido romanzo degli anni 60 del secolo scorso, “Sopra eroi e tombe”, lo scrittore argentino Ernesto Sàbato si interroga più volte, attraverso i protagonisti del libro, sul senso e sulle conseguenze inattese della verità. Dire il vero può essere distruttivo, asserisce Sàbato, perché quando crediamo di avvicinarci alla verità sulla realtà ultima dei mondi con cui entriamo in contatto, siamo spesso mossi da emozioni che ci spingono ad agire piuttosto che a pensare. Quando in preda alla rabbia diciamo qualcosa di duro e spigoloso nei confronti di qualcuno, quella è una verità? Per chi si esprime sdegnosamente lo è in quello specifico momento e in quella data situazione, forse; ma noi restiamo sempre uguali a noi stessi? Quel che è vero prima lo sentiamo altrettanto autentico a distanza di giorni o di anni? La nostra identità, ciò in cui crediamo, le più intime convinzioni sono tutti aspetti dotati di una profonda discontinuità. Ciò che reputiamo certo è in realtà variabile, sfumato e contestuale.



Ripenso alla paura di darsi riscontri che abbiamo incontrato durante il lavoro con i gruppi di quest'anno e di quello passato. Una paura che sintomaticamente produceva silenzi, come a voler nascondere quella distruttività cui si faceva riferimento nel romanzo esistenzialista di Sàbato. Chi suo malgrado si trova ridotto ad oggetto della collera, esprime ulteriormente lo scrittore, può pensare che la presunta verità dell'altro nei propri confronti sia definitiva. E' questa, probabilmente, la deriva più triste per coloro i quali scelgono una passiva vittimizzazione.
Ma se è vero che per subire la veemente stizza di qualcuno serve quantomeno credere che il potere sia solo quello che consente la violenza dell'uno sull'altro, è altrettanto vero che il nostro modo di organizzare i gruppi di lavoro con tutti gli operatori dei Centri ha cercato di valorizzare lo scambio al di là delle differenze di ruolo e di gerarchia. C'è stata, per un lungo periodo, una forte resistenza a esprimersi da parte di molti. Io credo che la difficoltà a parlare del proprio lavoro, soprattutto in rapporto a quanto ognuno degli operatori vive e agisce professionalmente con gli utenti, sia figlia di un'altra difficoltà importante: quella di rendere parlabile l'affetto nei loro confronti. Affetto che ognuno degli operatori, individualmente, privatamente, entro la propria solitudine, sente nei confronti di utenti che segue a volte da anni, se non da lustri.


Prendo ancora spunto dal romanzo di Ernesto Sàbato per sviluppare il concetto. C'è un passaggio narrativo nel quale, Martìn, uno dei personaggi chiave, entra nella boutique dove lavora Alejandra, la ragazza con cui ha una tormentata relazione. Passa dal retro per non entrare in quel “davanti” che significherebbe invadere il consueto processo di lavoro, fatto di prove, abiti, discorsi futili e vanità. Nel retro vede seduto, assorto nei suoi pensieri, un uomo che conosce, un giornalista recensore di opere teatrali, a sua volta frequentatore della boutique perché amico di Alejandra. Lo vede e si blocca, perché è come se lo guardasse per la prima volta. Non è il solito, sarcastico e pungente seduttore. Ha uno sguardo diverso, lo sguardo nudo di chi sa di essere solo. A Martìn torna in mente il discorso, condiviso con un'altra persona, sulla verità. Qual è la verità sull'uomo giornalista? Gli sembra di coglierla in quel momento, mentre lo osserva a sua insaputa. Privo delle consuete maschere che ognuno di noi in un modo o nell'altro indossa nelle varie situazioni di vita sociale, il giornalista suscita il pudore di Martìn, il quale vorrebbe rinunciare ad irrompere in quella scena perturbante e stranamente malinconica. Quando Martìn decide di farsi vedere tutto cambia repentinamente e il giornalista torna a recitare la sua stereotipale identità pubblica.
Non so se è chiaro: è molto difficile condividere quella parte della nostra identità che reputiamo profondamente nostra, privata e inviolabile. Se c'è una particolarità nell'ambito di A. Onlus è che dentro questa organizzazione quella solitudine priva di orpelli fasulli gli operatori si trovano a viverla, quotidianamente, giorno dopo giorno, con i cosiddetti “ragazzi”. E si badi bene: non è una parola così scontatamente familiare e familista come potrebbe pensare chi, come noi, viene da fuori. Non è solo un modo di appiattire differenze di età, di genere, di modi di essere degli utenti; bensì è una parola che viene sempre ammantata, da chi la pronuncia, di un affetto profondo e bonario. Tuttavia questa è una consapevolezza che noi ci siamo potuti costruire solo quando siamo venuti a visitare i tre Centri; quando vi abbiamo visto nella dimensione operativa del vostro lavoro. Personalmente, in quell'occasione, penso di aver provato quella strana quota di pudore di cui scriveva Ernesto Sabato. Il pudore che si prova quando ci si trova innanzi a una verità. Mai definitiva e mai perfettamente inquadrabile, alla stregua della realtà, eppure sì, avvicinabile. Le emozioni, se pensate, possono avvicinarci a una verità contingente.


Qualcosa di importante è cambiato quando nei gruppi di quest'anno si è smesso di dare per buono quell'affetto che gli operatori hanno lungamente considerato privato, inviolabile, indicibile, il cui pallido riflesso noi avevamo cominciato a cogliere tramite la parola “ragazzi”. Perché affetto significa anche poter dire di un utente: con lui ho delle difficoltà. Oppure: sento che non sto riuscendo ad aiutarlo, ma mi piacerebbe sapere voi che ne pensate. Cioè qualcosa è cambiato quando si è abbandonata, finalmente, la maschera dei ruoli cui aggrapparsi, spesso difensivamente. Si è cominciata a scoprire la competenza di varie figure professionali che discutono, che si mettono in gioco, che sostengono l'idea che quell'utente non è mio, tuo, dello staff psico-medico, del direttore sanitario, dell'OSS o dell'educatore, ma è qualcuno che ha un rapporto con l'organizzazione A., perché esiste una domanda di presa in carico entro le varie declinazioni del curare e del prendersi cura. In tal senso, anche a proposito della domanda delle famiglie degli utenti, si tratta di un discorso che abbiamo solo intrapreso tangenzialmente, sino ad oggi. Meriterebbe un ulteriore approfondimento.


Mi accorgo, scrivendo questo resoconto, che sto desiderando di continuare a lavorare con voi. Non so se sarà possibile. Così come non so e non sappiamo se quello che siamo riusciti a costruire insieme abbia un seguito indipendente dalla consulenza. Sarebbe bello e importante che dopo questi tre anni voi riusciste a organizzare riunioni, momenti di sospensione dalla azioni consuete dei Centri, spazi istituiti in cui sia possibile condividere esperienze di lavoro, per comprenderle ed elaborarle in vista del futuro: quello di un'organizzazione che è già in grado di proporre servizi di eccellenza. Ci avete dato testimonianza che qualcosa già si sta muovendo. Questo significherebbe anche che, seppur parzialmente, abbiamo lasciato una traccia; una piccola eredità simbolica su cui erigere ulteriori scenari. Significherebbe che abbiamo lavorato per realizzare qualcosa di vero, perché troppe volte, lo sappiamo bene, la formazione è solo un falso adempimento prescritto. Significherebbe, infine, e ci piace pensarlo, che il valore della vostra solitudine sarete in grado di utilizzarlo con gli altri.


Con grande affetto,
Fabrizio Casuccio

lunedì 15 settembre 2014

Malinconia

È la tesi della filosofia romantica, nonché del pensiero psicoanalitico a partire dal noto pessimismo freudiano: la rincorsa alla felicità è tanto illusoria quanto vacua. I latini ne avevano già intuito la mimesi concettuale con la stupidità e le sue infinite declinazioni. Risus abundat in ore stultorum. 

Oggi "le felicità" sono anche il prodotto di certa maniacalità post-moderna. Guai a non esserne intrisi, pena il sentirsi esclusi, diversi, fuori tempo e fuori luogo. Si è malati perché depressi o viceversa. Ecco allora la cura dei sorrisi, della solarità e del divertimento (banale e ad ogni costo) come antidoti all'umbratile introversione di chi azzarda un pensiero, una ipotesi, una lettura di ciò che accade intorno a noi. Meglio scivolare sul mondo senza porsi una domanda, senza indugiare su un dubbio, senza mai appellarsi a una qualsiasi costruzione di senso rispetto al vivere.


E' forse utile ricordare che la parola melanconia precede, soprattutto concettualmente, la deriva psichiatrizzante e spregiativa della dimensione depressiva. Se è vero che per Aristotele mèlaina cholé (bile nera) è primariamente una malattia, è altrettanto fulgida l'idea che essa rappresenti lo status che consente all'uomo di accendere la scintilla del genio. I grandi poemi greci si fondano sull'indomabilità di un'erranza perennemente malinconica, di una ricerca tragicamente sospesa tra l'essere e il divenire...senza mai giungere a un equilibrio, a un appagamento, a una fine.

La qualità del pensiero di alcune delle persone più intelligenti che mi è capitato di incontrare, in linea con quello che ci rivela Paolo Pinelli (Elogio della malinconia, FrancoAngeli 2008), è caratterizzata da uno sfondo di tipo malinconico; da una divergenza ironica che poco o nulla ha a che vedere con la vaghezza superficiale e indefinibile dell'essere felici.

Ma pensiamo anche ai prodotti artistici più significativi nel campo del cinema, della letteratura, della musica, della pittura di ogni epoca. Essi non rimandano affatto alla felicità, ma all'inquietudine dell'ambiguo e del perturbante; a ciò che è in grado di scuotere nel profondo le nostre (poche) certezze.













The god of man is a failure
Our fortress is burning against the grain of the shattered sky

Charred birds escape from the ruins

And return as cascading blood

Dying bloodbirds pooling, feeding the flood
The god of man is a failure.
And all of our shadows
Are ashes against the grain



sabato 28 giugno 2014

Dentro la violenza su una donna

G. arriva nel mio Studio preceduta da un ampio, strano sorriso. Si muove velocemente e anche le sue parole corrono via...sino a sfuggire all'orecchio di chi ascolta. Ha 24 anni e lavora in un bar.
Quando le chiedo cosa la porti da me un'ombra pesante cala sul suo volto. Siede di sbieco, un po' come Lilli Gruber ai tempi del Tg1. Pochi secondi dopo i suoi grandi occhi azzurri sono pieni di lacrime. Gira, frase dopo frase, attorno a una questione che mi appare sempre più allarmante.

Ma questi maltrattamenti di cui parla si fermano alle parole o c'è dell'altro?

Le sua resistenza crolla come un fragile muro di carta. La vergogna che prova con i vicini e le persone più care viene meno di fronte all'estraneità che rappresento. Gira il collo mostrandomi i lividi sulla mandibola. E' stato il suo compagno. La cosa va avanti da anni.
C'è una storia familiare su cui poggia l'attuale "coazione a ripetere". Piccoli e grandi traumi in una spirale di incuria, maltrattamenti e violenze domestiche reiterate. Un tempo era il padre di G. a picchiare la moglie, madre di quattro figli di cui G. è la terzogenita. Non avrei mai pensato di finire come mia madre, era l'ultima cosa che avrei voluto...e invece...
E' disturbante vedere quei segni. Segmentano brutalmente la gradevolezza del suo incarnato ma più di tutto deturpano un qualsiasi senso. Quale motivo ha di esistere un rapporto fondato sulla perversione dello stare insieme per amarsi? Provo una rabbia profonda e al contempo una strana rassegnazione, come se le emozioni prevalenti di quei momenti di impotenza e ferocia, tra vittima e carnefice, mi fossero saltate dentro.
Mi guardo bene dall'agirle e le tengo a mente come tracce su cui ricostruire e restituire qualcosa.

C'è un primo dato inquietante nella vicenda tra G. e il suo compagno-persecutore.

Lei si è fatta gradualmente spogliare di qualsiasi aspetto privato. Se ne rende conto G.? Non ha tenuto più nulla per sè, azzerando la differenza tra ciò che è pubblico e ciò che, in alcuni casi, deve rimanere privato. Il suo compagno sa tutto di lei, perché lei in nome della "sincerità" è diventata trasparente, senza pelle, senza confini, senza aver posto un limite tra mondo interno e mondo esterno.

Questa ossessione per la trasparenza è divenuta col tempo una sorta di Panopticon reciproco. E quando la ricerca della verità diventa controllo assoluto il passo successivo è accaparrarsi un potere di vita o di morte nei confronti dell'altro. Pretese di raccontarsi tutto, di sapere tutto, anche del passato e del sesso con altre persone, per riempirsi di emozioni che combinano pericolosamente il dolore (di sapere cose indicibili) con il piacere voyeuristico.
Pur di non perderlo, G. ha perdonato (senza un lavoro di lutto) ogni cosa al suo uomo. Narcisista sino alla patologia, con tratti anti-sociali, questa persona ha continuato a usarla, a mentirle ma anche a nutrirla di cose alle quali G. era avvezza. Come la concezione che gli uomini amano ferendo e svilendo e che forse arriverà una donna che li cambierà fino a redimerli. Quello che sua madre, agli occhi di G., non era stata capace di fare (i suoi genitori si sono separati quando era ancora una bambina).

C'è un secondo dato inquietante nella vicenda tra G. e il suo compagno-persecutore. E' un dato ricavato dalla pazienza di non agire contro-transferalmente, schierandomi dalla parte della mia paziente come un salvatore.

La persona con cui lei continua a stare in rapporto ha un problema molto grave. Lei non può cambiarlo...non si possono cambiare le persone. Possiamo cambiare le relazioni. Ma posto che A. potrebbe forse essere aiutato a valle di una denuncia alle forze dell'ordine, c'è una quota importante di corresponsabilità, tuttavia. Cosa la spinge a restargli accanto?

Non lo so...

Non lo sa o non riesce a dirlo? Sembra incerta, come se non trovasse le parole per dirlo ma ce le avesse nascoste da qualche parte. Provi a pensarci.

...

...

E' che non potrei sopportare di vederlo con un'altra donna. Penso che ne morirei...

Ci sono volute tre sedute per arrivare a questa importante ammissione. G. mi dirà poi che tutto sarebbe più facile se lei potesse innamorarsi per prima di qualcun altro. E' forse nella drammatica necessità di una continuità mortifera del possesso che sarà possibile, nel corso del lavoro, ricavare una discontinuità, un lutto nel ricomporre una solitudine finalmente sicura e non più abbandonica. C'è ancora molto passato nel presente di G. Un passato di bambina il cui padre se ne va da un'altra donna, inseguito rabbiosamente dalla moglie e dai fratelli adolescenti della mia paziente, a sua volta trascinata direttamente sulla scena dello svelamento extra-coniugale.

Forse è inutile sottolineare come ad oggi G. non abbia alcuna intenzione di denunciare il compagno. Credo che spingere in quella direzione, da parte mia, sia comunque inutile e controproducente. Perché, ancora una volta, sarebbe un gesto senza la "capacità negativa" di sostare nell'incertezza di un'elaborazione luttuosa.





lunedì 16 giugno 2014

Canzone del momento...



Germ - Blue as the Sky, Powerful as the Waves (2013)


Non lo scopro di certo io. Oggi su youtube è possibile trovare qualsiasi cosa. Inclusa musica che negli anni novanta potevi procurarti solo con strumenti parecchio più complessi. Non ultima una considerevole quantità di soldi, qualora si era appassionati come me...

Mi sono imbattuto quasi per caso in questa band, uno dei tanti progetti dell'australiano Tim Yatras. Non sempre il cosiddetto post-black metal si sposa bene con lo shoegaze, ma in questo caso pare di sì...

Il pezzo è bello e l'album (Grief) pure. Buon ascolto.

giovedì 12 giugno 2014

Nel nome del padre...

Lo ricordo mentre da bambino ne avvertivo la presenza silenziosa: noi due nella stessa stanza, lui assorto nel lavoro domenicale che anche allora portava a casa; io riverso sul mio trenino elettrico. Sentivo il suo sguardo abbandonare i fogli colmi di appunti per posarsi sulle mie spalle, come una mano invisibile di cui percepisci il calore.
Sullo sfondo una musica che ti rovistava nell'anima, prima che nella mente, consentendoti di accostare, forse per la prima volta, emozioni contrastanti, ambigue e mutevoli. Dalla fascinazione alla paura e viceversa. Poi la malinconia e quel velo di strana, triste speranza. Erano i Pink Floyd di Julia Dream e di Time e di Shine on You Crazy Diamond; di Wish You Were Here e di One of These Days.

Poi li ho odiati di un amore profondo i Pink Floyd. Come si odia d'amore un padre quando hai 16 anni.

Lo ricordo che mi trascinava al cinema con lui, quando cinema significava ancora poter rivedere un film dopo un paio di lustri o più...Oggi se non muovi il culo entro una settimana ti tocca scaricarlo e vedertelo a casa. Comodo, sì, ma terribilmente privo sia di pathos che dell'odore strano delle seggiole di legno scuro...chissà quanti culi hanno preceduto il mio, pensavo a volte nella penombra. Magari quello di una bella donna...o quello ossuto e piatto di un vecchio qualunque. A sei anni avevo visto Duemilaunoodisseanellospazio almeno quattro volte. A quell'età non sai nemmeno che cazzo voglia dire duemilaunoodisseanellospazio. Ti sembra solo qualcosa da mandare a memoria tipo una filastrocca. Ma poi ti perdi un pò nell'infinito oltre Giove anche tu...a inseguire l'angoscia dell'ignoto...per poi rimuginare su cosa fosse quella roba colorata che mangiavano gli astronauti mentre parlavano con HAL (9000).  A sei anni HAL è solo AL, come una preposizione articolata che precede un qualche posto, o al (AL...) limite come Al Capone. Insomma ci devi mettere affianco qualcos'altro.
A sei anni ti viene in mente che forse chi ha fatto il film ne sappia su Dio molto più di te e molto, molto più di quelli che ti dicono che sta in cielo con la barba. Col cazzo...! Dio è un bellissimo, freddo, liscio monolito nero. E non sta in cielo, poveri illusi!!! Sta oltre...tra le stelle. E io le ho viste le stelle. Con mio padre.

Ricordo che alle mie domande su Dio rispondeva con quella vaghezza che non fa rima con trascuratezza. Non è che se ne fregasse, anzi. Era più un modo di lasciare spazio alla mia immaginazione, dandomi spunti per pensarci e guardandomi con occhi bonari.

Poi tempo fa ricordavo che era sparito, inghiottito dal lavoro, dalle frustrazioni, dalle sigarette e da qualche sogno di andare altrove. Forse l'aveva capito che questo paese sarebbe diventato una merda o forse sentiva quella che qualcuno chiama la mancanza della mancanza...Chissà. Fatto sta che come molti figli adolescenti l'ho odiato di un amore cieco e l'ho amato di un odio irremovibile.
Tempo fa ricordavo che mi stava sui coglioni. Poi sono cresciuto e ho provato a fare quello che non fai a sedici anni, perchè il tuo ruolo di adolescente in qualche modo te lo impone...Tra l'altro qualcuno una volta mi disse che l'adolescenza è solo non avere un posto dove andare a scopare...perchè prova a dirlo a uno di sedici anni che lavora in un'officina meccanica che è un adolescente e vedi se non ti sputa in un occhio o non ti tira dietro una chiave inglese.
Ma qualcun altro ha detto che l'adolescenza esiste e tu a sedici anni, se non hai una casa dove portarti una ragazza, l'adolescente lo devi fare. Un pò come il militare di una volta. Per incidens ho fatto anche quello. Nei vigili del fuoco. A Roma. Grazie allo zio dell'amica della nonna di nonsochicazzo. E' stata la prima e l'ultima volta che mi sono fatto raccomandare.

Dicevo: ricordavo che mi stava sui coglioni. Oggi ho quarant'anni. E a quarant'anni capisci meglio il senso dell'ambiguità e delle sfumature. E ti chiedi anche: perchè quella volta non sono andato io da lui invece di sbattere la porta della cameretta come un cretino?

Prima che morisse di cancro, prima che il medico X lo trattasse come un protocollo, ci siamo silenziosamente perdonati molte cose. Quella mano invisibile di cui scrivevo molto più su ce la siamo reciprocamente appoggiata su una spalla. Ho visto la paura nei suoi occhi mentre sapeva che se ne sarebbe andato presto...e poi quel sorriso di triste speranza come una vecchia canzone degli Alcest.

Quello sguardo me lo porto dentro e lo ricordo ogni giorno...A volte mi sembra di vederlo negli occhi di qualche persona che mi siede di fronte, in seduta...E quando piove e corro da solo, guardo il cielo...e oltre, per ricordarmi le stelle che guardavamo insieme in duemilaunoodisseanellospazio.